Sicurezza
È servito il sangue versato? Mi guardo intorno e non lo so
Didala Ghilarducci, 90 anni, i tedeschi le uccisero il marito nel 1944
di Luciano Donzella «Ne valeva la pena? Non lo so. Mi guardo intorno e me lo chiedo spesso. E soprattutto lo chiedo a lui, al mio Chittò...». In una vecchia poesia di Roberto Lerici, “Mi padre è morto partigiano”, era il fantasma ventenne del genitore a chiedere al figlio se il suo sacrificio era servito a qualcosa. Didala Ghilarducci oggi ha 90 anni. Quasi 70 anni dopo i tragici giorni che le segnarono la vita risposte non ne ha. Continua a chiederle al marito che i nazisti uccisero in una calda giornata dell’agosto 1944. Anche quando era in vita lei gli domandava se era giusto per una coppia di ventenni con un bellissimo bambino, lasciare casa, lavoro e affetti, per affrontare paure, pericoli, terribili disagi. «Vedi Didala - rispondeva lui con un’espressione tranquilla e po’ triste - se mio padre avesse fatto quello che faccio ora io, noi non saremmo in questa situazione. Io non voglio che mio figlio si debba un giorno trovare a lottare contro il fascismo e il nazismo. Noi siamo dalla parte giusta. Sono i nostri padri che allora non hanno capito…». 25 aprile 2012. Suo figlio, che ha quasi 70 anni, le ha dato quattro nipoti. Nei giorni più bui di quel 1943, riuscivate ad immaginarlo un futuro, un 2012? «Nel 1943 avevo solo la speranza, il futuro non riuscivo proprio a vederlo. Ma non è poco. È proprio questa che a voi giovani manca. Non avete la speranza e non avete ideali, o non riuscite a scoprirli. Siete scontenti di tutto quello che avete, e avete cose che noi non ci sognavamo neanche. Questa è la differenza fra noi e voi. Nel 1943 avevo 21 anni, ero in montagna, dormivo sotto i castagni, con me avevo un figlio appena nato e non sapevo che dopo un anno sarei rimasta sola, con la responsabilità di questo bimbo. Ce l'ho fatta e sono contenta di quello che ho fatto. Ma la solitudine è stata tremenda, come aver perso il primo amore, la cosa più bella al mondo. Ora sono qui a festeggiare la Liberazione dopo 67 anni, che sono tantissimi. Però ce la faccio ancora, e riesco a ritrovare le stesse emozioni, la grande gioia di festeggiare la libertà nonostante tutto. È un qualcosa che non si può far capire ai giovani, perché non hanno passato quello che abbiamo passato noi». Parliamo di suo marito, ci racconti la sua storia d'amore. «La cosa più bella che possa esistere. Avevo pochi anni, e la gioventù di allora era diversa. Eravamo semplici, non avevamo tutte le cose di ora ma quello che avevamo ci bastava. Chittò? Una volta mentre mangiavo una fragolina di zucchero di quelle che tingevano, mi venne da tingermi le labbra. Eravamo fidanzati, e quando mi vide mi guardò male e mi disse “Che hai fatto? Ah, è fragola? Va bene, ma ora andiamo a lavarci, te le tingerai quando avrai 30 anni». Come vi siete conosciuti? «Davanti alla scuola. Lui era al liceo classico, io alle Mantellate. Un giorno ci incrociammo sul marciapiede, lui era con un amico, vidi che mi guardava. A quel tempo portavamo i libri sotto il braccio, tenuti da tavolette di legno con elastici. Quando gli fui vicino io, un po’ civetta, feci cadere in terra i libri, lui li raccolse e ci dicemmo ciao. Venne l’estate e ci si perse di vista, ma quando ricominciò la scuola ci ritrovammo. Un giorno ero a casa di una mia amica malata. Lei mi disse “perché non lo inviti, facciamo le castagne, un po’ di festa”. Telefonai, “Vuoi venire con i tuoi amici?” “Sì”. Ci fidanzammo. Il che voleva dire che si andava in giro tenendoci per mano. Niente baci, il primo arrivò dopo tanto tempo. Era il 1937, io non avevo ancora 16 anni e lui 17, andava ancora in giro con i calzettoni». Come è nata la scelta antifascista? «Parlando. Lui parlava molto bene. Suo padre era un noto avvocato, e da lui aveva imparato un italiano perfetto. A volte non capivo il significato di alcune parole, però avevo il coraggio di chiedergli cosa volevano dire e lui me le spiegava. Un giorno mi regalò un libro, “Furore”, un polpettone, che lessi con molta fatica; però ero contenta perché me lo aveva portato lui. Poi cominciò a parlare di antifascismo. Abbiamo avuto una buona scuola dal preside del liceo classico, il professor Del Freo, che insegnava filosofia. La decisione di andare con i partigiani? Gli mancava il fiato, la libertà». Lei invece lo seguì dopo qualche tempo, con suo figlio che aveva solo 7 giorni. Come spiega questa scelta alle mamme di oggi? «Semplicemente non fu una scelta: fummo costretti a scappare, se venivano a cercare Chittò e non lo trovavano prendevano me. Era già capitato ai familiari dei partigiani della zona. Fu il maresciallo dei carabinieri che comandava la stazione di Viareggio ad avvertirci. Ci disse: “Andate via, non so cosa potrà succedere”. Misi il bimbetto sulla carrozzina come se andassi a fare una girata, e piano piano da Viareggio presi la via di Montramito. Arrivai ai Venti, sopra Corsanico, ci ospitò una baita. Poi da lì andammo in montagna. Si viveva sotto i castagni, quasi sempre all'aperto, a volte in qualche baita. Il bimbo dopo un po' di tempo riuscii a farlo portare a mia sorella che era riuscita a passare il fronte. Sul mio libro c’è una foto dove siamo tutti e tre insieme. È l'ultima volta che Chittò ha visto suo figlio, che aveva quasi un anno. Poi me lo hanno ucciso, a soli 24 anni». Mi perdoni la domanda un po’ brusca: Italia 2012, il sangue versato dai partigiani è servito a qualcosa? «Non lo so. Me lo chiedo tante volte, e soprattutto lo chiedo a lui. Quando leggo, come oggi, che a Roma studenti di destra hanno contestato un partigiano, gli chiedo: “Ne è valsa la pena di morire, di non veder crescere tuo figlio, di non insegnargli a camminare e ad andare in bicicletta?” Anche perché questo non mi sembra un momento felice, i fascisti rialzano la testa. Non so se è colpa nostra, ma noi abbiamo fatto quello che sapevamo fare». Lei molte volte, anche quando ha contestato il film di Spike Lee sulla strage di Sant’Anna, ha detto con forza “Io c’ero!” Non c'è il rischio che fra 50 anni, quando nessuno potrà più dire "io c'ero", le generazioni future dimentichino, o peggio che la storia sia riscritta? «Non c’è bisogno di aspettare tanto, già ora siamo rimasti in pochissimi, giorno per giorno sento che gli amici se ne vanno. Io sono fortunata, posso parlare e ho ancora una memoria di ferro per ricordare. Per questo cerco di vivere in mezzo ai giovani, raccontare mi fa tornare giovane. Io c'ero, ma so che è difficile che la gente fra qualche tempo se lo ricordi. Per questo cerco anche ora di esserci, sempre, in ogni momento». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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