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Porno con una bimba sul pc Giovane finisce a processo

Porno con una bimba sul pc Giovane finisce a processo

VIAREGGIO. Stava scaricando da Internet un filmato porno con protagonista una bambina. Quando la polizia postale lo ha individuato. E in sei agenti si sono presentati a casa sua con un’accusa...

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VIAREGGIO. Stava scaricando da Internet un filmato porno con protagonista una bambina. Quando la polizia postale lo ha individuato. E in sei agenti si sono presentati a casa sua con un’accusa infamante: detenzione e condivisione di materiale pedopornografico.

La vicenda vede protagonista un giovane artigiano versiliese, oggi a processo. Ed è figlia di un’indagine della Postale di Genova che ha messo nel mirino 400 persone in tutta Italia. In pratica, la polizia ha monitorato su Internet 15 file video con titoli piuttosto espliciti: secondo gli agenti, insomma, difficilmente l’utente poteva equivocare sul contenuto di questi filmati. Di diverso avviso sono gli avvocati difensori del giovane, che hanno contestato proprio la “riconoscibilità” del materiale.

«Una volta iniziato a scaricare - ha spiegato in aula il poliziotto che ha seguito l’indagine - noi riusciamo a risalire alla persona che sta eseguendo l’operazione. Individuiamo sia chi ha già quel filmato nel pc, sia chi lo sta scaricando». Quest’ultimo caso è quello del giovane, che infatti - come accertato dagli agenti che gli hanno perquisito il computer - non aveva completato il cosiddetto download. Un’operazione, quella di “scaricamento”, che stava facendo tramite il conosciuto programma Emule, usato in lungo e in largo dagli utenti del web per copiare canzoni e film di ogni genere. Nonostante si tratti, in buona sostanza, di una pratica illegale.

Secondo l’accusa, il titolo di quel filmato era chiaro: si parlava apertamente di un porno con protagonista una minore. E nonostante il nome di un oggetto simile possa essere cambiato più volte e con estrema facilità, c’è un codice interno che resta sempre uguale. E che lo rende “riconoscibile”. Quindi, una volta che si chiede di accedere al filmato incriminato, la polizia cerca di risalire al navigatore.

Ogni volta che l’utente si connette, infatti, gli viene assegnato un indirizzo, che è suo e suo soltanto. E secondo gli agenti quell’indirizzo corrispondeva al pc del giovane.

Gli avvocati difensori Filippo Tacchi e Andrea Bagatti contestano, però, questo approccio. «Innanzi tutto, il filmato non era riconoscibile come pedopornografico nel titolo - spiegano - quante volte ci imbattiamo su Internet su oggetti che crediamo siano qualcosa e poi sono l’esatto contrario? C’è da chiedersi, poi, se il programma in dotazione alla polizia sia davvero in grado di capire come sia avvenuto il “contatto” tra l’utente e il filmato. E se abbia tenuto conto di un eventuale errore». (m.t.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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