Il Tirreno

Versilia

Morto all’Asl, non è stata la suturatrice

di Donatella Francesconi
Morto all’Asl, non è stata la suturatrice

Così dichiarano medici e direttore generale incontrando l’onorevole Lucio Barani che ha svolto un sopralluogo ispettivo

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VIAREGGIO. «Non ci sono stati problemi con la suturatrice della Johnson&Johnson” il giorno dell’intervento al signor Marcello Manfredi». Parole del direttore generale della Asl, Giancarlo Sassoli: «Così apprendo dal chirurgo, dottor Marco Arganini». Sassoli l’ha detto a chiare lettere in occasione della visita ieri mattina, dell’onorevole Lucio Barani (Pdl) membro della commissione parlamentare sugli errori e gli sprechi in sanità. All’incontro era presenti, per l’Azienda sanitaria anche i medici Antonio Latella (direttore sanitario), Luciano Nocentini (direttore unità operativa di chirurgia mininvasiva), Massimo Cecchi (direttore del blocco operativo) e lo stesso Marco Arganini (direttore di chirurgia generale). Arganini è anche uno dei due primari che hanno ricevuto dalla Procura di Lucca un avviso di garanzia dei 37 firmati dal pm Antonio Mariotti proprio in relazione al caso del decesso di Marcello Manfredi. Ventiquattro dei quali riguardano altrettanti medici del Versilia (tra rianimazione e chirurgia) e 13 dipendenti della multinazionale americana. Che oggi viene completamente scagionata dalle parole del direttore generale della Asl e dai fatti che così abbiamo ricostruito dale parole di Sassoli, Latella e del personale della farmacia interna all’ospedale che fornisce la strumentazione.

L’intervento. La suturatrice utilizzata il 12 marzo nel corso dell’intervento subito da Marcello Manfredi per la rimozione di un tumore all’intestino, al termine dell’operazione - alla quale era presente anche un tecnico della multinazionale - viene gettata nei rifiuti da smaltire. Un segnale - spiega la Asl - «del fatto che tutto fosse andato bene». E che niente facesse presagire quanto accaduto il giorno dopo, 13 marzo, quando Manfredi, visibilmente peggiorato, torna in sala operatoria accusando una peritonite che non gli lascerà scampo e sulla quale c’è un’unica certezza: un punto interno è saltato.

La segnalazione. A paziente riaperto (e richiuso) scatta la segnalazione di “evento avverso”. La Asl avvisa il ministero della salute. Nel farlo, però, non riesce ad indicare i dati della suturatrice che deve descrivere con la dicitura «lotto non disponibile». Perché lo strumento è già stato avviato verso lo smaltimento. Ed è impossibile - così ha spiegato ieri la Asl - ricostruire a che lotto appartenesse.

Alla domanda se si possa pensare che quella strumentazione sia riconducibile ai codici prodotto EC60, SC60, LONG60 per i quali la “Johnson&Johnson” ha avviato il 16 marzo (tre giorni dopo il secondo intervento subito da Manfredi) il richiamo dal mercato con “avviso di sicurezza urgente” inviato al ministero e di lì a tutti gli organismi interessati, il direttore generale della Asl risponde: «Possiamo presupporlo». Ed il direttore sanitario conferma. Dal canto suo la multinazionale americana, nei giorni scorsi è stata chiara: il richiamo dei tre tipi di suturatrici in data 16 marzo scorso è stato di tipo «cautelativo e volontario senza essere a conoscenza e senza alcun collegamento con l'evento dell'ospedale Versilia».

Le dichiarazioni. Lo scenario è dunque radicalmente mutato rispetto alle dichiarazioni rilasciate nei giorni successivi all’apertura dell’inchiesta da parte della Procura di Lucca. Lo stesso ministro della salute, Renato Balducci così si era espresso parlando proprio delle suturatrici meccaniche: «Su queste macchine, che sono tecnicamente dispositivi medici, esiste sicuramente un problema di maggiori garanzie relativamente alla loro messa in commercio, anche relativamente alla loro utilizzazione».

Nelle dichiarazioni rilasciate al “Tirreno” il giorno stesso dell’avviso di garanzia il dottore Stefano Buzzigoli, primario di anestesia, così raccontava: «Ad una prima ricostruzione della vicenda, la responsabilità è da attribuire al malfunzionamento di uno strumento ospedaliero. Che naturalmente dovrà essere confermato dalle perizie tecniche».

Mentre il collega Marco Arganini così parlava: «Dopo aver applicato i punti di sutura con una macchinetta apposita, ci siamo resi conto che una graffetta era rimasta aperta, lasciando uno spessore di circa un millimetro. Abbiamo segnalato immediatamente quanto accaduto al Ministero come da prassi quando si verificano situazioni di questo genere».

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