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Versilia

Niente associazione a delinquere per Mallegni

Niente associazione a delinquere per Mallegni

Conclusa l'udienza del maxi-processo a carico dell’ex sindaco di Pietrasanta e di altri politici e imprenditori versiliesi. La sentenza dei giudici è di assoluzione - i tweet

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PIETRASANTA. Si è conclusa l'udienza del maxi-processo sulla corruzione a Pietrasanta, dopo 6 anni di battaglia senza esclusioni di colpi. Quella dei giudici è una sentenza di assoluzione per i capi di accusa più pesanti (associazione a delinquere e corruzione) a carico dell'ex sindaco Massimo Mallegni, di suo padre Mario e di altri politici e imprenditori versiliesi. "È stato dimostrato che non c'era corruzione, ma ho passato sei anni sulla graticola", è il commento a caldo di Mallegni dopo la lettura della sentenza.

LEGGI La storia dell'inchiesta Mallegni, dagli arresti alla sentenza di Luca Cinotti

Mallegni è stato assolto dalle accuse di corruzione, voto di scambio e associazione a delinquere assieme agli altri 5 imputati. L'unica condanna per corruzione è stata quella a carico di Massimo Mallegni e dell'imprenditore lucchese Giuliano Baldini per il viaggio dell'ex sindaco a Venezia: si tratta però di corruzione impropria, perché l'azienda di Baldini non ha avuto benefici. Mallegni è stato invece condannato a un anno e tre mesi per il reato di mobbing sui vigili urbani, anche se tutti i fatti avvenuti prima dell'ottobre 2004 sono caduti in prescrizione. Per il reato di mobbing condannato anche l'ex capo dei vigili Roberto Buratti a 8 mesi di reclusione.


LA LUNGA BATTAGLIA PROCESSUALE
La battaglia cominciò a fine gennaio 2006, con l’arresto clamoroso dell’allora sindaco di Pietrasanta, Massimo Mallegni, e di altre 7 persone, tra cui l’assessore Alfredo Benedetti, il dirigente comunale Dante Galli e vari imprenditori.

Le accuse della procura andavano, nel caso di Mallegni, del padre Mario, dell’ex assessore Benedetti e degli imprenditori Giuseppe Coluccini, Franco e Marco Fantechi, dall’associazione a delinquere alla corruzione, passando per la truffa. Quello che la Procura di Lucca aveva ipotizzato, e per cui aveva chiesto condanne severe - 8 anni a Mario Mallegni, 7 a Massimo, 5 e mezzo a Benedetti - è un disegno criminale iniziato con la candidatura alle elezioni del 2000. Mallegni, una volta diventato sindaco, avrebbe eseguito materialmente i voleri del padre, considerato il capo della cricca della Marina. Un comitato d’affari - hanno sostenuto gli inquirenti - che avrebbe portato a termine operazioni immobiliari per il proprio interesse e quello di imprenditori amici, come il lucchese Giuliano Baldini (anche lui a processo), sfruttando i canali preferenziali in Comune.

E poi c’era il secondo filone processuale, quello che riguarda la polizia municipale: secondo l’accusa Mallegni avrebbe dichiarato guerra ai vigili “ribelli”, quelli fedeli all’ex comandante Antonella Manzione, minacciandoli e punendoli con l’aiuto del comandante Roberto Buratti, a sua volta alla sbarra.

L’ex primo cittadino e gli altri imputati avevano sempre rigettato ogni accusa. Rilanciando e piazzando sotto il naso dei giudici quello che secondo loro è il vero casus belli. E cioè l’allontamento, nel novembre 2002, di Antonella Manzione dalla carica di comandante della municipale. Una scelta che - a detta degli avvocati Guerra e Saldarelli - ha provocato un esposto presentato poche settimane dopo dalla Manzione in Procura. Dove allora lavorava il fratello, sostituto procuratore. L’uomo che, assieme al procuratore capo Giuseppe Quattrocchi firmò l’avvio dell’inchiesta, poi lasciata in eredità al collega Garofalo e infine a Giannino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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