La protesta
Casa Masiello, il giorno più nero La madre: «Usato da qualcuno»
Ore di grande angoscia fra i familiari del calciatore coinvolto nell’inchiesta sul calcio scommesse «A Bari è rimasto invischiato in un giro di amicizie pericolose. E non ha saputo prendere le distanze»
VIAREGGIO. Il telefono di casa squilla nervosamente. E di continuo. Che non è una giornata normale, in casa Masiello, lo si capisce anche da questo. Telegiornali, radio e siti internet hanno da poco diffuso la notizia dell'arresto di Andrea per le vicende legate al calcio scommesse. E mamma Emma, nel suo appartamento di via Savi, nel cuore della vecchia Darsena, è comprensibilmente agitata. Mario, il marito, conosciuto dipendente comunale, è già partito per Bergamo, dove Andrea vive da quando veste la maglia dell'Atalanta e dove adesso la moglie Alessandra – anche lei versiliese di Torre del Lago – è rimasta da sola con la figlioletta di poco più di un anno. E così tocca a mamma Emma rispondere alle mille domande di chi ha sentito dell'arresto e vuol sapere qualcosa di più di Andrea, l'ex bimbo del quartiere cresciuto sotto gli occhi di tutti a pane e pallone prima di spiccare il volo.
Signora Emma, quando avete saputo a casa dell'arresto di Andrea?
«E' successo tutto domenica sera, poco dopo le 9. Ci ha chiamato Alessandra, nostra nuora, e ci ha detto che erano arrivati i carabinieri a prendere Andrea. Nessuna irruzione, per carità. Anzi, i due militari che hanno bussato alla porta sono stati gentilissimi. Fortunatamente la bimba era già a letto e non si è resa conto di nulla. I carabinieri hanno anche aspettato che un amico di Andrea arrivasse a casa per non lasciare Alessandra da sola con la piccola in un momento come quello. Poi lo hanno fatto salire in macchina per portarlo a Bari».
Nei giorni precedente suo figlio aveva intuito qualcosa?
«Assolutamente. E' stato il classico fulmine a ciel sereno. Anzi, il fine settimana precedente era venuto a Viareggio per qualche giorno e avevamo parlato anche della vicenda nella quale è rimasto coinvolto. Era tranquillo, quasi sereno. Mi aveva detto che aveva parlato con l'avvocato per fare un punto della situazione e che le cose si stavano finalmente chiarendo. Andrea aveva detto tutto quello che sapeva e adesso era più sollevato. Nel primo interrogatorio no, ma nel secondo aveva offerto la massima collaborazione dicendo tutto ciò di cui era a conoscenza. Era anche in attesa di parlare con il procuratore federale Stefano Palazzi e sembrava non aspettare che questo momento, in modo da chiarire tutto anche da un punto di vista sportivo e cominciare a pensare al suo ritorno al calcio giocato. Per questo mi stupisco dell'arresto...»
Lei è riuscita a parlare con Andrea?
«No. Lo avevo sentito poco prima di cena per telefono, quando ancora non era successo niente. Era appena tornato da Gardaland dove era andato con Alessandra e la bimba per trascorrere una giornata di relax visto che l'Atalanta giocava a Cagliari. Con lui c'era anche German Denis, il suo compagno di squadra che – essendo infortunato – come Andrea non era andato in trasferta insieme alla squadra. Era tranquillo. Poi, da quando sono arrivati i carabinieri a prenderlo, non ha più potuto parlare con nessuno».
Che idea si è fatta di questa brutta storia?
«Che Andrea, quando era a Bari, sia finito in qualche brutto giro e che vi sia rimasto incastrato. Di questo ne sono certa. Andrea – e chi lo ha conosciuto può certamente confermarlo – è un bravo ragazzo, tranquillo, posato. Se ha un difetto, è semmai quello di essere troppo ingenuo, di non rendersi conto dei pericoli a cui magari può andare incontro frequentando certe persone. E a Bari a trovato qualcuno che evidentemente voleva sfruttarlo. La sua colpa è stata quella di non aver preso le distanze. Ma quando qualche volta ho letto che Andrea era la “mente” della banda, mi sono messa a ridere. Andrea, anche volendo, non ne sarebbe capace. Qui da noi, in Toscana, diremmo che è un po' bischero. Se ha commesso qualche errore, senz'altro pagherà. Ma non è certamente un criminale».
L'accusa principale che sembra averlo portato in carcere è legata al derby Bari-Lecce dello scorso anno. Si parla di un compenso di 300mila euro per far vincere i salentini. E in quella occasione Andrea fu autore di un clamoroso autogol.
«Trecentomila euro non si nascondono certo sotto un mattone. E Andrea, su questo, è sempre stato tranquillissimo. Hanno analizzato tutti i conti correnti di mio figlio e non hanno mai trovato niente. E questo perché quei soldi non sono mai stati dati a mio figlio».
Da quando ha deciso di collaborare con la giustizia, la sua vita è cambiata. Qualcuno ha detto che era come sotto scorta...
«Queste sono tutte fandonie. Andrea ha sempre fatto la sua vita normale ed ha continuato a farla anche dopo. A Bergamo gira per strada come chiunque, va in giro e non ha mai avuto il benché minimo problema con nessuno. Né lui, ne sua moglie».
Però non ha più giocato.
«Quando a gennaio è esploso il caso, l'Atalanta ha deciso di sospenderlo. Anche perché la squadra era appena rimasta scottata dal caso Doni. Ma i dirigenti con lui hanno parlato chiaro. E hanno detto che, una volta conclusa la vicenda ed eventualmente scontata una squalifica, sarebbe tornato un giocatore dell'Atalanta a tutti gli effetti. Non a caso, pur non giocando la domenica, ha continuato ad allenarsi regolarmente insieme ai compagni. E anche il rapporto con gli altri giocatori è sempre stato ottimo».
Cosa pensa che potrà succedere, adesso?
«Spero innanzitutto che possa uscire dal carcere al più presto e possa riabbracciare sua moglie e sua figlia. Mi auguro entro Pasqua, anche se i tempi della giustizia a volte sono un po' lunghi. Quello che sapeva, mio figlio lo ha già detto ai magistrati con cui ha parlato. E, da madre, sono certa che ha detto tutto ciò di cui era a conoscenza».
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