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I due primari coinvolti «Fatto il possibile»

I due primari coinvolti «Fatto il possibile»

VIAREGGIO. Sono i due nomi più conosciuti tra gli indagati per la morte di Bruno Manfredi, anche perché dirigono i rispettivi reparti. Ma nonostante questo, sia il dottor Marco Arganini, direttore di...

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VIAREGGIO. Sono i due nomi più conosciuti tra gli indagati per la morte di Bruno Manfredi, anche perché dirigono i rispettivi reparti. Ma nonostante questo, sia il dottor Marco Arganini, direttore di chirurgia generale, che Stefano Buzzigoli, responsabile di anestesia e rianimazione, non hanno timore di ricostruire - dal loro punto di vista - quanto accaduto all’ospedale Versilia il 26 marzo scorso.

«Il paziente è stato operato una prima volta il 12 marzo per un tumore all’intestino - dice il dottor Arganini - dopo aver applicato i punti di sutura con una macchinetta apposita, ci siamo resi conto che una graffetta era rimasta aperta, lasciando uno spessore di circa un millimetro. Abbiamo segnalato immediatamente quanto accaduto al Ministero come da prassi quando si verificano situazioni di questo genere. Abbiamo operato due giorni dopo il paziente per peritonite, purtroppo però è avvenuto il decesso. Il magistrato ha disposto il sequestro delle macchinette per l'applicazione dei punti di sutura, oltre che nel nostro ospedale, anche in altri in Toscana per controlli approfonditi».

Anche il dottor Buzzigoli si ritiene «tranquillo con la coscienza, anche se addolorato per quanto successo. Queste situazioni sono sempre gravi, difficili da gestire. Devo dire, comunque, che a una prima ricostruzione della vicenda la responsabilità è da attribuire al malfunzionamento di uno strumento ospedaliero. Che naturalmente dovrà essere confermato dalle perizie tecniche».

Buzzigoli ricorda che il paziente «è arrivato in rianimazione intorno alle 4 del mattino, nella fase immediatamente successiva al primo intervento chirurgico. Ci siamo accorti subito che c’era un problema, cioè i punti che si erano staccati, e l’abbiamo segnalato a chirurgia. Poi il paziente è ritornato sotto i ferri, ma le complicazioni in un quadro clinico già difficile sono state fatali. Ribadisco la correttezza del lavoro nel reparto di anestesia, che è quello che mi compete, e il fatto che non ci sono stati tempi lunghi tra una decisione e l’altra». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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