Sicurezza
«Così ho visto morire mio marito»
Marcello Manfredi, 77 anni, era entrato in ospedale per un intervento programmato all’intestino. L’esposto della famiglia
VIAREGGIO. Se l’è visto andare via in due settimane da quando è entrato in ospedale: Daquia Najat non si dà pace mentre mostra la foto del marito Bruno Marcello Manfredi, 77 anni, pittore, morto lunedì all’ora di pranzo. L’uomo che aveva sposato Daquia in seconde nozze, dieci anni fa, era stato ricoverato all’ospedale Versilia l’11 marzo per un intervento programmato relativo all’asportazione di un tumore all’intestino. Il giorno successivo l’uomo va sotto i ferri e resta in sala operatoria a lungo: «L’ho salutato alle otto del mattino - racconta la moglie - e l’ho rivisto intorno alle 16,30-17». Quando l’effetto dell’anestesia inizia a svanire l’anziano riesce a scambiare due parole con la moglie: «I medici mi hanno spiegato che era andato tutto bene - ricorda la donna - e che giovedì o venerdì l’avrebbero rimandato a casa».
Le cose, però, cambiano già nella notte. Quando a casa di Manfredi arriva, nel cuore della notte, una telefonata dall’ospedale: «Mi mettono in allarme - racconta la signora Najat - spiegando che le condizioni di Marcello sono peggiorate. Io chiedo se devo andare subito in ospedale, loro mi rispondono di no». Quando Daquia Najat arriva al Versilia, il mattino dopo, la situazione si è fatta drammatica. I medici, continua il ricordo della signora, spiegano che il paziente«ha del liquido nel polmone» e la moglie nota che è attaccato alla dialisi. Man mano che passano le ore il quadro è sempre più drammatico: i medici descrivono alla donna che il marito «rischia la vita». Le informazioni non arrivano tutte insieme. Nel ricordo di Daquia Najat c’è un turbinio di camici, ciascuno dei quali aggiunge qualcosa al quadro già tremendo: «Un medico, ad un certo punto, mi spiegò che l’intestino si era aperto, dentro...».
L’esito è il peggiore. Manfredi torna sotto i ferri il giorno dopo la prima operazione. Ci sono un’infezione ed un’emorragia. I medici, ieri, hanno spiegato apertamente che si trattava di una peritonite per la quale non c’è stato niente da fare. Quando l’anziano esce dalla sala operatoria, ricorda la moglie, «è in coma». E così rimarrà fino al 26 marzo, disteso in un letto del reparto di rianimazione. Mentre la moglie cerca di capire, di farsi dare le cartelle cliniche, cosa impossibile fino a che il paziente è ricoverato. Fino a che , il 22 marzo, non decide di rivolgersi ad un legale per avere qualcuno a cui raccontare cosa sta accadendo, i dubbi, le paure. La scelta cade su Antonio Iascone, affiancato dal dottor Giacomo Bertuccelli. Che raccolgono le preoccupazioni della signora mentre il marito lotta ancora, con grande forza e resistenza, per non soccombere. Passano appena quattro giorni da quando Daquia ha messo piede nello studio del legale, che Marcello Manfredi perde la propria battaglia. E lunedì 26 marzo il caso sul tavolo di Iascone si trasforma in quello di un uomo entrato in ospedale per un intervento programmato, sia pur importante, e mai più riuscito a rivedere i propri cari.
Da qui l’esposto in procura, presentato lo stesso lunedì e la decisione, rapida, del pm Mariotti: 37 avvisi di garanzia, rispettivamente per 24 medici - tutti quelli che erano in turno il giorno dell’intervento all’intestino - e 13 dipendenti e dirigenti della multinazionale americana Johnson&Johnson che fornisce agli ospedali la suturatrice per mettere i punti, utilizzata soprattutto per ricucire le ferite interne,
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