Sicurezza
Ciulla, scultore che scopre il mistero di Demetra
L’artista siciliano è ormai uno dei grandi che ha scelto Pietrasanta
PIETRASANTA. La scultura, a Pietrasanta, si fa nei grandi stabilimenti industriali, vedi la Henraux, si fa nelle officine-bottega dove lo scultore ha ancora mazze, scalpelli e le narici imbiancate di polvere. Si fa con macchine infernali e precise, vedi le recenti opere di Tony Cragg per l'esposizione a New York; ma si fa artigianalmente, all'antica maniera, con gesti meticolosi e vecchi che richiamano, perché no, Michelangelo. Qui, a Pietrasanta, dai fratelli Barsanti, sono passati i giganti, da Henry Moore a Marino Marini. Oggi vi lavora stabilmente Gerolamo Ciulla, siciliano, intraprendente, fedele ad una tradizione che gli fa ripercorrere i lontani miti della Grecia omerica, dell'Egitto solare quando i coccodrilli erano deità, inghiottivano vergini sacre e nuotavano liberi sul Nilo benedetto dai faraoni come Tutankhamon o Amenhotep. C'è ancora del fantastico a Pietrasanta. Fuori, tra la gente, le automobili, le case, stai nella modernità spettacolata. Dentro i laboratori vieni semmai preso da un artista, nel caso Ciulla, e trasportato nei tempi; così i doni dell'archeologia divengono le scene di una vita attuale, una vita abitata da pastori liutati, poppute Afroditi, ancestrali madri terre ricche di vigne e di messi. Perché Girolamo Ciulla questo fa: statue di deità dell'amore e della fertilità, steli con donne bellissime e coccodrilli predoni, effigi di Demetra e sinopie con capre, greggi e pastori come, una volta, s'incontravano nelle campagne meridionali, una volta tanti millenni fa. Tale è l'incanto del maestro siciliano. Quello che tocca, sul marmo, sul travertino, nella creta che prepara il metallo fuso, ricrea un suggestivo mondo pagano, primitivo, semplice, agreste; e lo toglie dal passato, dalla memoria tombale perché lo rivitalizza con il rispetto e l'amore dovuto agli archetipi della nostra civiltà, che è civiltà mediterranea, tra Babilonia, Tebe, i Fenici ed Atene. Ciulla, proprio in questi giorni, ha proposto i suoi tanti lavori in una mostra (chiusa in marzo) dal titolo "Il mito contemporaneo" ad Aidone casa della strafamosa Dea di Morgantina. Nei pressi di Lentini, nella Sicilia dominata dall'Etna mozzafiato. La mostra ha avuto, naturalmente, successo. E Ciulla, tornato a Pietrasanta, si prepara a nuovi appuntamenti che arricchiscono un curriculum che già lo vede presente nei musei e negli spazi pubblici in Corea, in Giappone, alla Fondazione Ragghianti di Lucca, a Malindi in Kenia, in Provenza. Il percorso di Ciulla comincia a Caltanissetta negli anni '50. Egli è circondato, immerso nelle effigi barocche, nella sensualità d'una terra, la Sicilia, che sprizza colori accesi e cronache luttuose, terra viscerale ed estrema, annegata di santità spagnolesche e ghiribizzi arabi. Tutto ciò lo schiva. Ciulla bimbetto va subito alle radici: piante di sambuco, ruscelli incantati, melograni, suoni di liuto. Insomma la Sicilia dei Calcidesi, dei Greci rasserenati dall'ellenismo e dagli amori d'Arcadia, un clima di quiete, colori tersi, odori di spighe mietute, oliveti e latte di pecora. Ciò che Omero cantò e fu Magna Grecia. Ciulla, colpito, è subito poeta. Anziché usare versi, usa le mani e prende a figurare con materie povere, legno, pietra, quest'umanità sepolta, depredata (i ricchi americani si portano via, per i musei d'oltreoceano, le opere più ghiotte), dispersa, che i suoi colleghi scultori abbandonano per feticci di tubo e totem plastificati. E prende a circondarsi di figure, che sono contadine, angeli, gufi, ali, nicchie, gnomi, animali eterni come i caproni, che immediatamente lo distaccano dal coro degli esteti della tecnologia invasiva e lo segnano, invece, tra gli artisti filosofi che mirano all'essenziale, come Marino Marini o Arturo Martini. Anche Marini, coi riferimenti etruschi, rimosse e riannunciò questo popolo mistico e misterico. Ciulla, siciliano, scopre la sua natura tra le vestali dignitose e l'olimpica Demetra, ed attua, con energia, con eleganza formale, una resurrezione. Sicché non può ignorare Pietrasanta e non la ignorò. Che venuto a Carrara a prendersi dei marmi (a fine anni '70), scelse poi la bottega di Pietrasanta per la sua dimensione paesana, quieta, per la tradizione statuaria che dai tempi romani ad oggi ebbe ed ha gloria infinita. Così Ciulla s'è insediato in Toscana. E come aveva ben resistito ai richiami del lussureggiante barocco, resistette e resiste al vento rinascimentale che qui da noi spira forte come libeccio. E' un richiamo umanistico che avvince, ad esempio, Vangi. Avvince Ivan Theimer. Insomma stimola i cervelli e la ragione. Per Ciulla, mi spiega, contano invece di più le storie, l'epifania, le morti e la rinascita, e i simboli, lepri, pesci, coccodrilli, scimmie, rospi, il Maschile, il Femminile, ciò che proviene da quel mondo là, un mondo dell'età della pietra e del ferro, primitivo ma sincero, quando tutto si svolgeva tra la casa, il tempio, l'agorà, e gli amplessi e le dispute ginniche avevano per teatro le ampie distese di olivi, vigne e grani: il mondo dei lirici, delle ninfe, di Eros, materia per Saffo, per Simonide, per gli inni orfici. L'opera di Ciulla entusiasmò poi un gran signore bolognese, Tiziano Forni, signore di gallerie e di critica. Che vide lontano e spese su questo siciliano dal naso imbiancato di scorie, dalle mani fertili e procreative. Con Forni a fianco, Ciulla ha fatto carriera, una sfilza d'apparizioni celebrate. Alle quali bisogna aggiungere i suoi interventi in diversi vontesti monumentali, i "Coccodrilli" per la piazza di Castagnola in provincia di Massa, la grande "Cerere" per Bologna, la scultura per la chiesa di San Pietro a Caltanissetta. Nella primavera del 2006, curata da Beatrice Buscaroli (la stessa del padiglione alla Biennale di Venezia), Pietrasanta gli ha dedicato una struggente personale tra la chiesa di Sant'Agostino e piazza Duomo, personale ripetuta a Londra all'Albemarie-galery. Affascinati da quest'atmosfera, presto usciamo dal laboratorio Barsanti ed in un gruppetto di amici, tutti autentici flaneurs d'arte, Carlo Gemignani, Ovidio Bompressi, Pietro Ricci, con Ciulla e l'inseparabile Gianni Tinunin, un friulano che tutto ricorda e conosce della Pietrasanta imprenditoriale, ci dirigiamo al Dopolavoro di Capriglia; qui sostavano i cavatori delle cave michelangiolesche e gli artisti abbacinati dalla sottostante croccante riviera. In un bagno di realismo non possiamo però non considerare l'evidente crisi: c'è crisi per l'industria estrattiva (comprano solo i cinesi e gli indiani), c'è crisi nei laboratori (dove c'erano duecento operai adesso ne lavorano cinque), c'è crisi nel mercato dell'arte. Siamo sul tetto della "piccola Atene" e nonostante la vivacità d'iniziative delle pubbliche amministrazioni sul territorio (Forte, Pietrasanta, Montignoso) pochi comprano statue per parchi e giardini. Ciulla s'è appena insediato in una casa penetrata di natura che l'architetto Tiziano Lera gli ha disegnato. Pensa che verranno presto tempi più fortunati, pensa di potersi godere l'incanto dei luoghi, pensa di poter contribuire alla stagione che viene e già s'annuncia nelle meraviglie dei mandorli, dei peschi, dei meli in fiore.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
