Il Tirreno

Versilia

Articolo 18, la protesta non decolla

di Matteo Tuccini
Articolo 18, la protesta non decolla

Corteo in Darsena per dire no al licenziamento facile. Ma tanti non aderiscono. I manifestanti: «Siamo qui anche per voi»

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VIAREGGIO. Mancano i giovani, quelli che hanno contratti a termine. Mancano gli stranieri. Mancano tutti i dipendenti delle ditte in appalto. Per la Digos non erano più di 150 i manifestanti scesi in Darsena ieri mattina, per protestare contro l’abolizione dell’articolo 18 e il via libera del governo Monti al licenziamento facile nelle aziende sopra 15 dipendenti.

Gli stessi operai, del resto, inquadrano la situazione: «Noi - dicono un gruppo di lavoratori della Tubinavi - siamo assunti a tempo indeterminato, e siamo qui perché togliere l’articolo 18 è l’ultima spinta verso il terzo mondo del lavoro. Ma i ragazzi che sono con noi e che hanno contratti a tempo determinato non ci sono: hanno paura che il padrone li mandi a casa».

C’è già chi non ha tutele. Insomma, non serve un professore di economia per capire cosa è successo e cosa sta succedendo nel nostro Paese, e di riflesso anche nella nautica viareggina. La battaglia contro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non viene compresa (a torto o a ragione) da chi è fuori da quel tipo di tutela. C’è una fetta di lavoratori, parliamo soprattutto delle ditte che seguono gli appalti per i cantieri, che ha timore o non ha interesse a farsi notare. E così in piazza scendono solo o quasi i dipendenti diretti dei cantieri. Gente che guarda con malinconia il corteo scarno che dalla via Coppino si dirige verso la Polo Nautico, perché ripensa a quando - come dice Valerio Mastandrea in Tutta la vita davanti - «erano tutti uniti, e chi toccava uno toccava tutti».

«Fuori le p...». Detto questo, lo zoccolo duro non ha mai mollato, e non ha intenzione di farlo stavolta. Appena arrivano nel piazzale della Polo Nautico, gli operai si affacciano all’interno del cantiere. E rivolti a chi sta lavorando lo invitano a unirsi alla protesta. «Tirate fuori le palle», grida al megafono Massimo Pardini, dipendente Azimut-Benetti. Dopo alcuni minuti di “incitamento”, Lamberto Pocai, segretario della Fiom-Cgil, riporta tutti all’ordine. «Non deve essere una protesta contro chi non ha scioperato, non ammetto scontri tra i lavoratori». Mentre Pardini, rivolto ai compagni e ai cronisti, spiega: «So benissimo che chi non è qui ha meno diritti. Ma è proprio per loro che noi facciamo queste cose. Devono capire che siamo qui anche e soprattutto per loro. Siamo tutti sulla stessa barca, tutti dobbiamo guadagnarci la pagnotta».

«Riforma pericolosa». D’altra parte, quello che sta accadendo con la riforma del lavoro Monti-Fornero, secondo gli operai, è pericoloso. «La nostra classe politica - dice Daniele Dinelli, rappresentante sindacale alla Polo Nautico - è ormai impresentabile. Dobbiamo difendere i nostri diritti, anche fondando un movimento, perché non siamo più tutelati». In effetti, questo accanimento contro l’articolo 18, motivato con la necessità di poter licenziare più facilmente per il rilancio del Paese (almeno, è l’opinione di Confindustria), è poco comprensibile da chi guadagna poco più di mille euro al mese e vive sul filo. E ancora meno comprensibile è per chi ai mille euro ci arriva a fatica e non sa se lavorerà il prossimo mese. Insomma: l’occupazione sta scemando, le garanzie si stanno sempre più sfaldando, e il governo spiega che vanno aiutate le imprese a liberarsi più agevolmente dei dipendenti. E dare una logica a tutto questo sta diventando ogni giorno più difficile.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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