Il Tirreno

Versilia

Fallimenti, ogni 5 giorni muore un’impresa

di Valentina Landucci
Fallimenti, ogni 5 giorni muore un’impresa

I settori più colpiti dalla crisi quelli delle costruzioni e della nautica Aziende strozzate dai ritardi nei pagamenti e dai debiti con le banche

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VIAREGGIO. Ogni cinque giorni muore un’azienda in Versilia. Piccole attività commerciali nel settore dell’abbigliamento o della ristorazione. Ma soprattutto imprese legate al mondo dell’edilizia e della nautica. Viareggio e l’entroterra versiliese (Massarosa e Camaiore) le aree più colpite dalla crisi. Che sul campo lascia decine, centiania di vittime tra titolari delle aziende e naturalmente lavoratori.

I dati, questa volta, non sono quelli statistici delle associazioni di categoria o dei sindacati. Ma quelli che arrivano dal tribunale: teatro della strage silenziosa della piccola e media impresa.

Tra i primi di dicembre e i primi di marzo solo in provincia di Lucca sono state emesse 42 sentenze che dichiarano il fallimento di altrettante imprese. Di fatto la morte di un’azienda ogni due giorni in provincia. Un ritmo che si abbassa a un’azienda fallita ogni cinque giorni se si prendono in considerazione le sole sentenze relative ad attività con sede legale in Versilia.

Un quarto delle attività costrette a chiudere i battenti, prevalentemente a causa dei debiti, sono del settore delle costruzioni: falegnami e muratori ma anche ditte specializzate nelle manutenzioni e ristrutturazioni o aziende che producono materiali per l’edilizia. Un altra consistente fetta (circa il 20%), è legata al mondo della nautica: soprattutto imprese alle quali, fino a qualche anno fa, venivano appaltati lavori artigianali dai grossi cantieri navali che, a corto di commesse, non garantiscono più opportunità di lavoro.

Insomma l’anello debole della catena in un sistema produttivo che non solo perde imprese ma con le ditte che chiudono sperpera il vero patrimonio dell’economia locale e nazionale: quello del personale, il così detto know how, una professionalità certamente difficile da recuperare una volta superata la crisi.

Ma quali sono i meccanismi che portano al fallimento di un’impresa che, negli anni, ha dimostrato di “saper fare” ma, a un certo punto, getta la spugna? Il caso delle imprese del settore edile è emblematico. Il più delle volte chi costruisce si trova strozzato dagli obblighi nei confronti delle banche contratti perché non riesce a farsi pagare dai committenti i lavori eseguiti. Situazione, questa, che si crea soprattutto per le ditte che lavorano in appalto per gli enti pubblici. «Succede che gli utili delle imprese - spiega Stefano Varia, rappresentande dell’Associazione industriali e noto imprenditore versiliese - vengono interamente destinati al pagamento degli interessi dovuti alle banche. Una situazione che si verifica soprattutto quando l’ente per il quale sono stati eseguiti i lavori non paga». Mediamente i tempi di pagamento non sono inferiori ai 200 giorni «ma può passare anche più tempo - continua Varia - addirittura ci sono ditte che attendono di essere pagate da un anno». Ma è chiaro che le banche non aspettano, come neppure Equitalia nel caso in cui, per far fronte alla crisi, l’imprenditore ritarda i pagamenti di tasse e contributi. Ed è qui che si apre il baratro nel quale sempre più ditte locali stanno precipitando, impoverendo complessivamente il tessuto economico del territorio. «C’è da chiedersi - conclude Varia - con quali imprese si viole ripartire se, in questo momento, nessuno prende provvedimenti per salvarle».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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