Il Tirreno

Versilia

La strage di Viareggio

Strage, a maggio in tribunale

di Donatella Francesconi
Strage, a maggio in tribunale

Per l’udienza preliminare. Ieri l’incontro tra Procura e familiari delle vittime

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VIAREGGIO. Udienza preliminare a maggio per il disastro ferroviario del 29 giugno 2009. Trentadue morti, i feriti, la distruzione, il lutto ed il dolore dei familiari e della città. Tra poco saranno tre anni e non è retorica affermare che sembra ieri quando il cielo di mezzanotte si tinse di rosso in un tramonto di morte. Ed è anche per questo che una delegazioni di familiari (madri, mogli, figli, fratelli, zii) hanno chiesto ed ottenuto di incontrare il Procuratore capo Aldo Cicala, i due pm Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino. Insieme a loro la squadra Polfer che indaga per la Procura, con Lorena La Spina, dirigente della Polfer Toscana e Angelo Laurino, a capo del compartimento Polfer di Milano ed uomo chiave dell’inchiesta. Sue le relazioni, attente e minuziose, per la Procura. Quelle che hanno puntato il dito su contratti, costi, manutenzioni e regole violate nel complesso ingranaggio che ha portato alla strage. «Abbiamo trovato una Procura salda nel proprio lavoro», hanno commentato i familiari, guidati da Daniela Rombi, presidente dell’associazione “Il mondo che vorrei” e accompagnati da Riccardo Antonini, ferroviere licenziato da Fs per non aver rinunciato ad essere consulente di parte al loro fianco nell’incidente probatorio. Il suo ricorso contro il licenziamento subito da Rete ferroviaria italiana sarà davanti al giudice del lavoro il 5 luglio.

Molte le domande poste. Sui tempi di chiusura indagini, sull’udienza preliminare, su come andrà a finire dal punto di vista dell’iter giudiziario. «Cicala, Amodeo e Giannino si sono detti convinti della strada intrapresa con le indagini», ha spiegato Daniela Rombi. Ed ora siamo entrati nella fase della definizione dei capi di imputazione per i 38 indagati.

Alla Procura familiari ed Assemblea 29 giugno hanno consegnato un contributo di sette pagine acquisito e messo agli atti come da richiesta». Un lavoro che tocca molti punti dell’inchiesta ma che propone anche un altro punto di vista alla vicenda giudiziaria: «Stiamo parlando di incolumità della collettività, di incolumità pubblica. Un bene che viene tutelato dal nostro ordinamento ancora prima che venga leso. Vuol dire che il legislatore presume che, in determinate condizioni il pericolo vi sia: pericolo di danno. Conseguenza inevitabile del fatto che viene a mancare ogni tipo di cautela. Pensiamo quindi che il reato cui si fa riferimento sia contemplato dall’articolo 437 del codice penale».

«Noi siamo all’ergastolo, non chi ha ucciso i nostri cari»: è la voce incrinata ma ferma di mamma Luciana Beretti. Una voce che non può non arrivare al cuore di chi, in nome dello Stato che rappresenta, deve dimostrare di saperla ascoltare.

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