Il Tirreno

Versilia

Un premio che rischia di morire fra mediocrità, invidie e cavilli

di Adolfo Lippi
Un premio che rischia di morire fra mediocrità, invidie e cavilli

Adolfo Lippi racconta la storia di una manifestazione che ha avuto grandi momenti La grande domanda: forse è giusto finire davanti al giudice per stabilire di chi sia questo evento

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di Adolfo Lippi

Il Premio Letterario Viareggio nacque come una festa, calda, pirotecnica, elettrizzante.

È divenuto un’angoscia: fatto di liti, ripicche, dispetti. Si potrebbe anche non fare più, se ne accorgerebbero solo gli addetti ai lavori.

Si dovesse invece salvare andrebbe salvato operando in direzione opposta a come, attualmente, lo organizzano.

Il Premio fu ideato dallo scrittore calabrese Leonida Repaci, che aveva una moglie fiorentina con albergo a Viareggio, il “Margherita” in piazza Puccini (oggi residence). Repaci lo ideò con altri due intellettuali, Salsa e Colantuoni, e vi mise in mezzo Elpidio Jenco che era un poeta napoletano raffinatissimo, insegnante al Liceo di Viareggio (e poi fu preside alla scuole medie).

Repaci era un temperamento vulcanico, dannunziano, ardito, volontario nella prima guerra mondiale, socialista peperino, pugnace e antifascista. Ideò il “Viareggio” a cavalcioni di un patino: aveva il petto cotto dal sole e gli piaceva bagnarsi nudo, alla greca, facendo sfoggio di mascolinità, occhiando le bagnanti e roboando poesia e romanzi, che erano la sua vera attività (assieme al giornalismo politico).

Perché fece il Premio? Per conquistare, coi libri, le bellissime annoiate sotto gli ombrelloni, per coinvolgerle nei grandi balli al “Principe”, per mostrare alla città dorata, che allora davvero splendeva in Europa, come i cervelli migliori, romanzieri, saggisti, studiosi, non fossero sempre e per forza dei paludati parrucconi sedentari, ma potessero anche conquistare, affascinare, sconvolgere ricce testoline frastornate, sulle rotonde del “Balena”, del “Nettuno”, del “Nereo”, dai soliti gagà cicisbei.

Il “Viareggio” fu scatenante. In breve tempo divenne un avvenimento fondamentale; per scelte culturali ma anche per occasioni mondane.

Così il regime fascista lo fece suo, scalzò Repaci che era ritenuto un avversario, lo trasformò in uno strumento del sistema e vi implicò i più grandi talenti amati dal Duce, da Pirandello a Bontempelli.

Repaci tornò, soffrendo, nell’ombra. Lo salvarono i parenti della moglie, Albertina, ch’erano ligi al potere. E per molti anni visse bagnante tra i bagnanti senza poter alzare la testa e mostrare opere e muscoli.

Questa salmastrosità del “Viareggio” va ricordata. Il Premio, infatti, non è i “Lincei”, non è la “Crusca”, non è cattedratico, professorale, scolastico.

È, e fu, sangue di un autentico leone ruggente, che era fatto della pasta dei Curzio Malaparte, uomini di avventure e duelli, di scazzottate e furenti odi ed amori. Repaci ha scritto “La carne inquieta” mica “Bernadette”.

Dopo la seconda guerra Repaci tornò al timone.

Questa volta però aveva imparato la lezione: si prese un alleato fortissimo, il Partito Comunista. Togliatti, che ne era il leader, aveva aperto una massiccia campagna acquisti di intellettuali nazional-popolari: ingaggiò, senza troppa pruderie, Bontempelli e Malaparte (ch’erano stati col Duce). Si prese Sibilla Aleramo, iperbolica autrice di romanzi e scottanti amplessi. E convinse Repaci a diventare “partigiano della pace” (con relativa gita a Mosca, da Stalin), affiancandogli, localmente, la segreteria dell'onesto e bravo Leone Sbrana.

Il “Viareggio” fu così allineato. Lo vinsero le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci e “Pane duro” di Silvio Micheli, un giovanissimo scrittore viareggino che sarebbe divenuto giornalista a “L'Unità” e poi il cantore delle famose vicende dei palombari dell’Artiglio.

Per almeno vent’anni le cose filarono così: Repaci stava, brillantissimo, nei salotti romani (celebre il suo intervento ne “La dolce vita” di Fellini), in riviera operava Leone Sbrana, l’amministrazione comunale, democristiana, prestava a mala pena quattro vigili in montura d’onore per la cerimonia conclusiva, Uberto Bonetti, gratuitamente, affrescava i saloni dell'hotel “Royal”.

Poi avvenne il consumismo, l’editoria si trasformò in affari, esplosero i best-sellers, su Repaci pigiarono non poco i giganti del nord, Rizzoli, Mondadori, Bompiani. E lui seguì i tempi: ruppe, clamorosamente con i patriarchi di sinistra, s’azzuffò con Moravia e Pasolini, cacciò Leone Sbrana, annodò nuovi rapporti, soprattutto con la “Rizzoli” (e vinsero Giuseppe Berto, poi Prisco ecc.). E allineò una giuria davvero fantastica: Ungaretti e Montale, Guttuso e Zavattini, Bo e Sapegno, Buzzati e Piovene, tutti calibri da novanta.

I giornali non parlavano d’altro. E in loco gli si dette una mano, Sergio Bernardini (che offriva vedettes per le serate di gala) ed io che gli facevo un po’ da assistente per le locali autorità.

Poi dentro al premio si spinse il dottor Gianfranco Tamagnini, vi si spinse come medico della famiglia; ma in verità parlando a Repaci questa leggenda: «Perché fatichi così tanto a cercare i soldi per il “Viareggio?” I soldi te li può e te li deve dare il Comune». Tamagnini era un alto esponente del Pci locale, e poi era consigliere comunale, uomo colto e di prestigio.

Repaci si convinse. Stavano giungendo le epoche del “compromesso storico”; il sindaco era Federico Gemignani, democristiano ma “aperto”. E così Repaci, ormai anche un po’ stanco, cedette il “Viareggio” alla città, non a questo non a quel partito: alla città intera che ne è, di sicuro, ancora legittima proprietaria.

Morto Repaci per alcuni anni fu presidente Cesare Garboli. Garboli aveva poco amato Repaci (ricambiato, lo posso testimoniare); ma, come Repaci, era un temperamento alla dinamite. Guai a toccarlo. Guai ad interferire.

Però, da critico eccellentissimo e riconosciuto, sapeva individuare buoni libri e, con essi, le occasioni di spettacolo.

Commise tuttavia un errore: non riportò la giuria a livelli primari. Non conquistò registi o pittori, gente di moda, giornalisti d'effetto. Si circondò, ahimè, di bravi scolari.

E quando morì fu naturale passare la cattedra alla professoressa Rosanna Bettarini, che tuttora è la Presidente e tuttora segna, con la sua personalità, il Premio.

Che Premio? La Bettarini non ama lo spettacolo. Con Repaci vivo nemmeno ci ballerebbe una rumba. La Bettarini tiene il “Viareggio” su un profilo rispettabile, tutti bravini, tutti compunti, tutti sottolerighe.

E così nemmeno si spiegano le richieste di contributo: un Premio così costa una cena e quattro camere a settembre.

Ma c’è di peggio: la professoressa Rosanna Bettarini intende proclamare che il “Viareggio” è suo, cioè di sua proprietà. E questo è davvero scandaloso; a meno che non vi sia un giudizio della magistratura che glielo assegna (e sul quale non ci sarebbe niente da dire). Ma quale giudice glielo assegnerebbe?

Così il “Viareggio” vive guazzando tra le mediocrità ed i cavilli. E le autorità pubbliche, a cominciare dal sindaco, non prendono partito. Lasciano che la mediocrità spezzi l'istituzione, nella convinta speranza che il “Viareggio” o non si ripeta più o lo vadano a fare, col solo nome di “Repaci”, in Calabria.

Ma il sindaco, assente, non sarebbe passibile di un provvedimento, visto che si danneggia e si aliena un bene (evidentemente) pubblico?

Nel frattempo i viareggini, certo, sembrano non stare con le mani in mano. Sono nati dei comitati, l’assessore alla cultura Ciro Costagliola, a differenza del sindaco inerte, sembra volersi schierare. E si schiera. Le opposizioni mormorano.

Eppure, però, sarebbe, è, tutto semplice. Si richiami il giudizio della magistratura. Si dica, una buona volta, quello che c’è da stabilire: il "Viareggio" è della città. Eppoi con la professoressa Bettarini, o senza, si componga per la prossima edizione una giuria della quale facciano parte: Umberto Eco, Roberto Benigni, Vittorio Sgarbi, Nanni Moretti, Pietro Citati, Alfonso Berardinelli, Umberto Galimberti, Emanuele Severino, Eugenio Scalfari, Paolo Mieli, Antonio Tabucchi, Massimo Cacciari, Gianni Vattimo, Cattelan.

Repaci, davvero, la farebbe così. Ed il “Viareggio” non è il figlio naturale di Leonida Repaci? Riportiamolo allora allo spirito del “padre”.

. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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