Il Tirreno

Versilia

Carnevale di Viareggio

Senza la sua poesia non c’è più posto per coltivare sogni

Cristiana Gemignani
Senza la sua poesia non c’è più posto per coltivare sogni

Vorrei sapere per i giurati le emozioni in quale casella della scheda trovano posto

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Gionata lascia un carnevale che ha cessato di essere tale già da molto tempo. Mi riferisco a un carnevale che è fatto di poesia, sensualità e struggimento e che trova la propria essenza in alcuni momenti particolari ed in forme inconsuete e suggestive che non tutti sono in grado di cogliere. I giurati hanno espresso i loro giudizi, condivisibili o meno. Ma una giuria, non può da sola pregiudicare le sorti di un artista, se questo ha dato prova di grande capacità innovativa e poetica. Tale compito dovrebbe essere affidato ad un’ulteriore commissione qualificata in grado di decidere in base ad elementi diversi rispetto a quelli che sono dei freddi calcoli matematici.

Gionata Francesconi ha realizzato dei carri che da soli hanno fatto la storia del nostro carnevale di questi ultimi tempi. Ne cito uno, il mio preferito, ma ce ne sono molti: “Fantastampa”, completamente in bianco e nero, così carico di sensualità da lasciare senza fiato chi lo vedeva avanzare accompagnato da una musica che ne accentuava il senso onirico dell’ abbandono. Per la giuria di quell’anno arrivò sesto. E allora mi domando: quali sono i parametri? Le emozioni in che casella stanno, nella scheda a sette colonne che ogni giurato deve compilare in assoluta solitudine? Io non credo al caso. Il fatto che Gionata se ne vada proprio oggi, è per me un segnale che nella manifestazione viareggina non c’è più posto per il sogno.

Il carnevale è libero e selvaggio e, come un animale, vive di odori e sapori. Ha i suoi tempi, che sono brevi ma intensi. Il carnevale è pura passione e chi cerca di afferrarlo, dandogli un senso, un’etichetta o una morale, lo uccide. Altro che “La fabbrica del divertimento”, come è scritto sulla targa all’ingresso della Fondazione. Le fabbriche vanno bene per le cose omologate, realizzate per cercare di accontentare gli altri. Infatti il nostro carnevale, per come è concepito oggi, è ormai solo questo. Una fabbrica di rassicurante buonsenso e banalità. Talmente banale che lo si può ripetere in ogni momento dell’anno. E allora forse, se non si può fare altro per cambiare le cose, è meglio emulare Gionata. Perché , come lui stesso ha dichiarato, «Le cose, quando le ami davvero, le guardi da lontano».

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