Sicurezza
Un nuovo viaggio contro le Fs
Donatella Francesconi
I parenti delle vittime dai licenziati dei wagon lits
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MILANO. «Guarda dove l'ho mandata Manuelina mia...». Milano, stazione Centrale. È mezzogiorno di una fine 2011 freddissima quando la foto di Emanuela Menichetti viene issata sulla torre al binario 21 dove, da settimane, sono i tre lavoratori ex Wagon Lits che protestano insieme ai loro colleghi che sotto hanno allestito un presidio permanente. La delegazione da Viareggio, composta da familiari delle vittime ed esponenti dell'Assemblea 29 giugno, è arrivata a Milano alle 10,30. Intenso e commovente lo scambio di messaggi: dall'altro delle torre la solidarietà a chi ha perso i propri cari; da sotto, il megafono tra le mani di Daniela Rombi che porta i saluti di Viareggio e chiedere di sapere come sta andando la vertenza, se ci sono speranze, spiragli per la riassunzione degli 800 tra uomini e donne che hanno visto i posti di lavoro tagliati dall'oggi al domani per le scelte di Trenitalia in materia di viaggi in notturna. Insieme a lei Riccardo Antonini: ferroviere, licenziato da Rfi per aver scelto di essere consulente delle parti lese e della Cgil nell'incidente probatorio che si è concluso a novembre nell'ambito dell'iter giudiziario che dovrà fare luce sul disastro ferroviario di due anni e mezzo fa. Freddo e grigio, tutto intorno. Ma gli applausi dei lavoratori al presidio e i fischi dei treni che entrano ed escono dalla stazione, scaldano il cuore più dei bidoni attrezzati con la legna dentro per dare un po' di calore a mani e corpi. «È il giorno dell'incontro», dice al megafono Daniela Rombi, a nome dell'associazione "Il mondo che vorrei" nata per riunire e rappresentare i familiari delle trentadue vittime della strage di via Ponchielli. I lavoratori sulla torre sferzata dal vento gelato raccontano di essere in attesa d notizie dalla riunione in corso nella giornata, alla vigilia dell'anno nuovo che rischia di essere il peggiore della loro vita. Daniela Rombi racconta il disastro, le persone morte, ferite solo perché se ne stavano nelle case andate distrutte, dove credevano di essere al sicuro. Racconta l'esito di un incidente probatorio che si è chiuso lasciando tanta rabbia in corpo per quel perito del gip pagato da Ferrovie nell'ambito di un incarico per il ministero dei trasporti, e la troppa approssimazione di una perizia che non ha convinto fino in fondo neppure il giudice per le indagini preliminari, Simone Silvestri. Lascia il megafono, la madre di Emanuela. E consegna le foto, tra cui quella della sua bambina, morta a soli 21 anni nel disastro ferroviario, dopo quaranta giorni di agonia. Le foto salgono lungo la torre. Dove i tre lavoratori le ricevono, dono prezioso, tra le loro mani. È un attimo. La bella faccia sorridente di Emanuela Menichetti saluta Milano dall'alto. Sotto, gli applausi. Lungo i binari, nei treni che attraversano l'Italia, il coraggio dei capitreno. Che dal microfono di bordo raccontano a tutti i passeggeri il giorno dell'incontro: i lavoratori licenziati, che per una vita hanno assicurato ai viaggiatori l'assistenza sui treni notturni, e le famiglie per un treno merci carico di gpl ha spezzato per sempre. Applausi e commozione, mentre i fischi dei treni tagliano l'aria. Daniela Rombi singhiozza. E racconta. «Me la voglio ricordare ogni minuto mia figlia...Io e suo padre le abbiamo insegnato il rispetto per le persone...E guarda come me l'hanno tolta...». Spezza il cuore. Poi la rabbia, il bisogno forte di verità e giustizia. Guardando all'anno in arrivo che sarà quello di inizio del processo. «Noi siamo e saremo qui, sui binari, a fianco dei lavoratori, per la sicurezza in Ferrovia. Nemmeno l'amministratore delegato di Fs, Mauro Moretti, può impedire che la nostra voce, e quella dei nostri morti, sia ascoltata».
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