Sicurezza
La Versilia non si ama più
Adolfo Lippi
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A destra Una donna di Vito Tongiani (a sinistra insieme ad Adolfo Lippi) Sotto la villa di Marta Abba a Lido di CamaioreChi si «permette» un fregio artistico o un quadro in casa?
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Amarono l'Oriente i viareggini, i versiliesi, negli anni primi del Novecento. L'amarono molto intensamente: arabescarono decine di villini, Antonio D'Arliano intitolò al "maraja" un suo superbo carro del Carnevale, l'attrice Marta Abba - la musa di Luigi Pirandello - si fece costruire una cupola arabeggiante con minareto a Lido di Camaiore, piantarono palme per interi viali. Tobino poetò "O Viareggio più bella dell'oriente" e Luca Ghiselli, il mito struggente dei rimatori d'antan, navigò lungo le coste cogliendo parallelismi tra i bianchi scintillanti delle spiagge tunisine e le lunghe rive della nostra riviera piatta, assolata, nebulosa di libeccio. Chi convertì poi al gusto orientale fu un pittore dalla pelle chiara come la madreperla, i capelli bianco-marmi: Moses Levy.
Egli, ebreo di razza, fu viareggino nel sangue, balneare nell'animo di cicala. Quando le leggi razziali del regime fascista lo constrinsero a lasciare questa sua patria, Moses Levy rifugiò all'altra sponda. E qui vi dipinse paesaggi e donne ammiccanti e sensuali, sulla scia dei migliori "orientalisti" dal romantico francese Delacroix al fiorentino Stefano Ussi. Ne provenne, conquistati alle magie esotiche (rafforzate dal "siamismo" di Galileo Chini), un raffinamento del gusto architettonico generale. Basti riguardare con ammirazione la consunta facciata del bagno Balena o il rinfrescato edificio delle suore (villa Araba) in via D'Annunzio proprio davanti al museo Matteucci. Ma c'era e vi fu anche un prima. Molti marinai, dei velieri che frequentavano Sfax o Tangeri, riportavano nelle loro case di via Cairoli o via Virgilio scimitarre di falso argentone e piatti intarsiati di rame. Eppoi, nel 1898, con la stupefacente Expò di Torino, i begli spiriti che possedevano gli stabilimenti balneari, decisero di acquistare molti fregi dei padiglioni moreschi, importandoli a Viareggio. E sorse una Passeggiata a mare da sogno, fiabesca, incantata. Con cuspidi, torri, cupole esotiche, basterebbe rivedere le cartoline dell'ex "Kursaal". Oggidì chi azzarda più un fregio, un terrazzo decorato, una finestrella ornata da cornici dipinte? Autoreferenziali i ricchi Vip magari ancora si riuniscono a cena. Ma non edificano più una villa Barsanti (a Pietrasanta) né comprano sculture, né quadri.
Far bella la vita non tira più: anche questa non è decadenza? È soprattutto la luce il richiamo d'oriente, una luce forte, un cielo pulto, un'atmosfera che abbaglia, intensa, cocente. Ce l'aveva anche la nostra riviera, prima dell'invasione automobilistica. In questo, nella luce, eravamo Mediterraneo puro; e non è un caso che Carlo Carrà venisse a dipingere, stanco di nevrotiche brume meneghine, alla foce del Cinquale. Vito Tongiani, massese, pittore e scultore rinomato, suo il "Pantasilea" dipinto per il palazzo del Senato a Roma, sua la statua per Indro Montanelli a Milano, mi spiega: "sono un attraversatore di paesaggi. Quanto devi camminare per incontrare ai tempi nostri la luce. Via dall'Italia, via da Parigi, giù giù nemmeno la Spagna ha chiari che abbagliano, chiari di Goya. Allora ho scoperto il Marocco, l'interno del Marocco. E qui vado quando posso. Sempre più spesso". Per il resto dell'anno Vito abita e lavora in una splendida limonaia a villa Montecatini, in Nocchi di Camaiore. La villa è della famiglia Bartolomei, noti costruttori edili. Di fianco al casone, tra alberi tratti dall'impressionismo francese, foglie gialle dorate rosse brumose, c'è un accogliente edificio di mattoni, contornato da decine di piante di limone brillanti di frutti accesissimi. Vito è l'ultimo "orientalista". Non della Versilia. Direi d'Italia. Di recente ho visitato la mostra a Roma degli orientalisti. E' ospitata al chiostro del Bramante. Bè, è tutto ottocento (Ussi, Morelli, Guastalla, De Nittis). Invece Vito Tongiani lavora in piena epoca, la nostra. Fa il figurativo come lo si fa nella tradizione, cosicché anche Vittorio Sgarbi lo nota e gli scrive "non conosce l'ombra, il buio, il peccato. Su questi dipinti aleggia la grazia... persino negando il disagio dei tempi". Anche a vederlo Tongiani è reminiscente, nel meglio. Fisico massiccio, virile, scolpito, faccia omerica, barba e lunghi capelli verdiani, è una figura di scuola: Delacroix, Poussin, Gauguin. Con lui parli di "classici" senza vergogna; e con due amori profondi: la terra tra il Tirreno e le Apuane, terra aspra, e il nord Africa, accomunati come in Moses Levy, dalla lucentezza, dal barbaglio dei colori come sono, senza ambiguità, senza spasmi laceranti, senza avventure cerebrali. Una volta, nella sua casa di via Mazzini a Viareggio, Moses Levy mi aprì un segreto baule; era, Moses, un uomo molto appartato, refrattario. Lo aprì con gesto parsimonioso, quasi vi nascondesse il pane prezioso o un gruzzolo di gemme. Invece vi trasse dei quadri. Erano (e sono) meravigliosi. Mostravano le campagne tunisine, calcinate di case, calcinate di dune.
E distinguevano donne armoniose. Seduttrici, belle di tattuaggi e monili; come le avevano smaniate i romantici, dall'Hayez a Gérome. Nello studio camaiorese di Tongiani, appaiono, altre donne, splendide, vive, ridenti. Decine di modelle, hanno nomi semitici, Alina, Ahlam, Kaula, Wided. I loro incarnati sono maiolica e ambra. Le loro labbra rossi corallo. Le posture, quando siedono, quando slanciano, quando riposano, quando si imbellettano, rammentano gli animali più gentili, le gazzelle, i gatti, i cigni. Vito Tongiani ha l'energia di raccontare un mondo che forse scompare per sempre. «Adesso molte ragazze dei villaggi arabi vengono costrette a velarsi, perdono la gaiezza, la semplicità delle movenze». La storia incalza e non sempre fa progredire i popoli. Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto uccidono, col rullo compressore islamista, quanto di nativo, di pagano, di autentico, vi resisteva, ed era oriente. "Tripoli bel suol d'amore" cantavano i nostri coloni. Lo sapevano che portando lì la radio e il trattore morivano le leggende delle "Mille e una notte"? Dentro la vecchia limonaia di Nocchi, con Tongiani, sfilano i richiami della pittura di pennello. Che non è arte concettuale, arte di transavanguardia ma è, appunto, solo pittura: colori, toni, piani, zone cromatiche. Ché Tongiani (come in Manet, come in Modigliani) nemmeno troppo concede agli spazi infiniti; ma si concentra in pennnellate brevi, pullulanti, corsive, su soggetti precisamente descritti, con tanti tantissimi particolari accordati per via di timbri, mai per scatti di luce e ombra. È questa di Tongiani un'impresa anche colta. Spesso rammenta Matisse, o, nelle trappole dell'eterno femminino, Balthus; ma dove c'è il Tongiani migliore è nella brutale franchezza del cacciatore che, come Giacomo Puccini, sa colpire l'emozione viscerale, preda una fanciulla, un contadino sull'asinello, uno scorcio di paese, e lo sviscera bevendone i succhi appetitosi e variopinti. Chi compra quadri in giorni come questi? Chi rende gradevoli le facciate delle case? Chi chiama un architetto eccellente a disegnare una villa a Forte dei Marmi? Prevale da Viareggio al Cinquale un funzionale orrendo, sbrigativo, come se in chilometri di città tutte importanti, Viareggio, Camaiore, Pietrasanta, Seravezza, Stazzema, Forte, anche Massarosa, non vi fossero mai stati, non vi siano, artisti. Di fama nazionale, mondiale per alcuni. Viareggio più bella d'oriente? Purtroppo s'allarga emmai quella che, mondializzando si chiama "occidente", e vuol dire, in arte, in architettura, "ti faccio il meno peggio, ti faccio il più costoso"! Negli Stati Uniti i privati capitali si investono, giustamente, in Università, in Biblioteche, in Musei.
Il mecenatismo ha trasformato l'America ed è un mecenatismo di borghesi illuminati, lo Stato c'entra poco. Da noi, in Versilia, nessuno sponsorizza una mostra, dico "nessun privato"; cosicché tocca ai Comuni, alla Provincia, alla Regione, sempre più indebitati, farsi anche carico di un minimo rispetto per l'arte. Vado sempre carico d'ammirazione a trovare in casa Giovanni Pieraccini, senatore, ex ministro; scorgo alle pareti Fontana, Guttuso, D'Orazio, De Chirico e quanto altro, tant'altro, ha comprato. Visito con altrettanta ammirazione la casa e lo studio del notaio Gaddi: strapieni d'arte contemporanea. Ma sono eccezioni. Sono due uomini di squisito senso della vita come un secolo fa, in Versilia, tanti ce n'erano. Magari non erano "Vip". Però abitavano in palazzine e strade che profumavano d'oleandro e di gelsomino. La Viareggio di Moses Levy, le ragazze di Vito Tongiani, prendono da ricche suggestioni? Bè, attingiamoci ancora. E' la voglia di luce che carica, in anni bui, l'esistenza dei popoli. Non possiamo perdere la luce.
Egli, ebreo di razza, fu viareggino nel sangue, balneare nell'animo di cicala. Quando le leggi razziali del regime fascista lo constrinsero a lasciare questa sua patria, Moses Levy rifugiò all'altra sponda. E qui vi dipinse paesaggi e donne ammiccanti e sensuali, sulla scia dei migliori "orientalisti" dal romantico francese Delacroix al fiorentino Stefano Ussi. Ne provenne, conquistati alle magie esotiche (rafforzate dal "siamismo" di Galileo Chini), un raffinamento del gusto architettonico generale. Basti riguardare con ammirazione la consunta facciata del bagno Balena o il rinfrescato edificio delle suore (villa Araba) in via D'Annunzio proprio davanti al museo Matteucci. Ma c'era e vi fu anche un prima. Molti marinai, dei velieri che frequentavano Sfax o Tangeri, riportavano nelle loro case di via Cairoli o via Virgilio scimitarre di falso argentone e piatti intarsiati di rame. Eppoi, nel 1898, con la stupefacente Expò di Torino, i begli spiriti che possedevano gli stabilimenti balneari, decisero di acquistare molti fregi dei padiglioni moreschi, importandoli a Viareggio. E sorse una Passeggiata a mare da sogno, fiabesca, incantata. Con cuspidi, torri, cupole esotiche, basterebbe rivedere le cartoline dell'ex "Kursaal". Oggidì chi azzarda più un fregio, un terrazzo decorato, una finestrella ornata da cornici dipinte? Autoreferenziali i ricchi Vip magari ancora si riuniscono a cena. Ma non edificano più una villa Barsanti (a Pietrasanta) né comprano sculture, né quadri.
Far bella la vita non tira più: anche questa non è decadenza? È soprattutto la luce il richiamo d'oriente, una luce forte, un cielo pulto, un'atmosfera che abbaglia, intensa, cocente. Ce l'aveva anche la nostra riviera, prima dell'invasione automobilistica. In questo, nella luce, eravamo Mediterraneo puro; e non è un caso che Carlo Carrà venisse a dipingere, stanco di nevrotiche brume meneghine, alla foce del Cinquale. Vito Tongiani, massese, pittore e scultore rinomato, suo il "Pantasilea" dipinto per il palazzo del Senato a Roma, sua la statua per Indro Montanelli a Milano, mi spiega: "sono un attraversatore di paesaggi. Quanto devi camminare per incontrare ai tempi nostri la luce. Via dall'Italia, via da Parigi, giù giù nemmeno la Spagna ha chiari che abbagliano, chiari di Goya. Allora ho scoperto il Marocco, l'interno del Marocco. E qui vado quando posso. Sempre più spesso". Per il resto dell'anno Vito abita e lavora in una splendida limonaia a villa Montecatini, in Nocchi di Camaiore. La villa è della famiglia Bartolomei, noti costruttori edili. Di fianco al casone, tra alberi tratti dall'impressionismo francese, foglie gialle dorate rosse brumose, c'è un accogliente edificio di mattoni, contornato da decine di piante di limone brillanti di frutti accesissimi. Vito è l'ultimo "orientalista". Non della Versilia. Direi d'Italia. Di recente ho visitato la mostra a Roma degli orientalisti. E' ospitata al chiostro del Bramante. Bè, è tutto ottocento (Ussi, Morelli, Guastalla, De Nittis). Invece Vito Tongiani lavora in piena epoca, la nostra. Fa il figurativo come lo si fa nella tradizione, cosicché anche Vittorio Sgarbi lo nota e gli scrive "non conosce l'ombra, il buio, il peccato. Su questi dipinti aleggia la grazia... persino negando il disagio dei tempi". Anche a vederlo Tongiani è reminiscente, nel meglio. Fisico massiccio, virile, scolpito, faccia omerica, barba e lunghi capelli verdiani, è una figura di scuola: Delacroix, Poussin, Gauguin. Con lui parli di "classici" senza vergogna; e con due amori profondi: la terra tra il Tirreno e le Apuane, terra aspra, e il nord Africa, accomunati come in Moses Levy, dalla lucentezza, dal barbaglio dei colori come sono, senza ambiguità, senza spasmi laceranti, senza avventure cerebrali. Una volta, nella sua casa di via Mazzini a Viareggio, Moses Levy mi aprì un segreto baule; era, Moses, un uomo molto appartato, refrattario. Lo aprì con gesto parsimonioso, quasi vi nascondesse il pane prezioso o un gruzzolo di gemme. Invece vi trasse dei quadri. Erano (e sono) meravigliosi. Mostravano le campagne tunisine, calcinate di case, calcinate di dune.
E distinguevano donne armoniose. Seduttrici, belle di tattuaggi e monili; come le avevano smaniate i romantici, dall'Hayez a Gérome. Nello studio camaiorese di Tongiani, appaiono, altre donne, splendide, vive, ridenti. Decine di modelle, hanno nomi semitici, Alina, Ahlam, Kaula, Wided. I loro incarnati sono maiolica e ambra. Le loro labbra rossi corallo. Le posture, quando siedono, quando slanciano, quando riposano, quando si imbellettano, rammentano gli animali più gentili, le gazzelle, i gatti, i cigni. Vito Tongiani ha l'energia di raccontare un mondo che forse scompare per sempre. «Adesso molte ragazze dei villaggi arabi vengono costrette a velarsi, perdono la gaiezza, la semplicità delle movenze». La storia incalza e non sempre fa progredire i popoli. Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto uccidono, col rullo compressore islamista, quanto di nativo, di pagano, di autentico, vi resisteva, ed era oriente. "Tripoli bel suol d'amore" cantavano i nostri coloni. Lo sapevano che portando lì la radio e il trattore morivano le leggende delle "Mille e una notte"? Dentro la vecchia limonaia di Nocchi, con Tongiani, sfilano i richiami della pittura di pennello. Che non è arte concettuale, arte di transavanguardia ma è, appunto, solo pittura: colori, toni, piani, zone cromatiche. Ché Tongiani (come in Manet, come in Modigliani) nemmeno troppo concede agli spazi infiniti; ma si concentra in pennnellate brevi, pullulanti, corsive, su soggetti precisamente descritti, con tanti tantissimi particolari accordati per via di timbri, mai per scatti di luce e ombra. È questa di Tongiani un'impresa anche colta. Spesso rammenta Matisse, o, nelle trappole dell'eterno femminino, Balthus; ma dove c'è il Tongiani migliore è nella brutale franchezza del cacciatore che, come Giacomo Puccini, sa colpire l'emozione viscerale, preda una fanciulla, un contadino sull'asinello, uno scorcio di paese, e lo sviscera bevendone i succhi appetitosi e variopinti. Chi compra quadri in giorni come questi? Chi rende gradevoli le facciate delle case? Chi chiama un architetto eccellente a disegnare una villa a Forte dei Marmi? Prevale da Viareggio al Cinquale un funzionale orrendo, sbrigativo, come se in chilometri di città tutte importanti, Viareggio, Camaiore, Pietrasanta, Seravezza, Stazzema, Forte, anche Massarosa, non vi fossero mai stati, non vi siano, artisti. Di fama nazionale, mondiale per alcuni. Viareggio più bella d'oriente? Purtroppo s'allarga emmai quella che, mondializzando si chiama "occidente", e vuol dire, in arte, in architettura, "ti faccio il meno peggio, ti faccio il più costoso"! Negli Stati Uniti i privati capitali si investono, giustamente, in Università, in Biblioteche, in Musei.
Il mecenatismo ha trasformato l'America ed è un mecenatismo di borghesi illuminati, lo Stato c'entra poco. Da noi, in Versilia, nessuno sponsorizza una mostra, dico "nessun privato"; cosicché tocca ai Comuni, alla Provincia, alla Regione, sempre più indebitati, farsi anche carico di un minimo rispetto per l'arte. Vado sempre carico d'ammirazione a trovare in casa Giovanni Pieraccini, senatore, ex ministro; scorgo alle pareti Fontana, Guttuso, D'Orazio, De Chirico e quanto altro, tant'altro, ha comprato. Visito con altrettanta ammirazione la casa e lo studio del notaio Gaddi: strapieni d'arte contemporanea. Ma sono eccezioni. Sono due uomini di squisito senso della vita come un secolo fa, in Versilia, tanti ce n'erano. Magari non erano "Vip". Però abitavano in palazzine e strade che profumavano d'oleandro e di gelsomino. La Viareggio di Moses Levy, le ragazze di Vito Tongiani, prendono da ricche suggestioni? Bè, attingiamoci ancora. E' la voglia di luce che carica, in anni bui, l'esistenza dei popoli. Non possiamo perdere la luce.
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