Gioco
Vanno riaperte le cave Versilia senza marmo per far andare le aziende
Simone Tonini
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SERAVEZZA. Più cave per contrastare la crisi del lapideo. I sindaci di Seravezza, Stazzema e Pietrasanta hanno siglato ieri in Comune un documento da inviare a Regione, Provincia e Parco Apuane per chiedere di adoperarsi verso un tutela del lapideo versiliese. In sostanza emerge la diversità tra il Distretto lapideo apuano e l'ambito versiliese: nel primo è più incisiva la vendita di blocchi grezzi, nel secondo viene dato più spazio alla lavorazione (o semi-lavorazione, ossia il taglio dei blocchi in lastre). Una differenza sostanziale che si traduce in una perdita di posizioni di mercato a vantaggio dei paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) dove i blocchi vengono esportati e quindi lavorati, con conseguente calo dell'occupazione locale. Una storia, a dire la verità, che va avanti da un decennio almeno. Alla presentazione del documento, sottoscritto da Ettore Neri, Domenico Lombardi e Michele Silicani, c'erano aziende come Henraux, Baldassarri, Giannini e, Cosmave, Cna di Lucca e rappresentanze sindacali con Fillea-Cgil provinciale. Un «Patto per il territorio», come è stato definito, con cui si chiede alle istituzioni di comprendere la peculiarità del settore lapideo versiliese e di creare le condizioni per tutela e sviluppo. I tre sindaci hanno evidenziato le caratteristiche del settore versiliese, connotato dalla filiera che genera occupazione e alta qualità del prodotto, richiamando Regione e Provincia a porre l'attenzione su alcuni aspetti salienti. «C'è mancanza di materia prima, il marmo: gran parte del materiale estratto nel comparto apuano viene venduto all'estero grezzo e in grandi partite. Ciò provoca carenza di blocchi da utilizzare in filiera per la trasformazione. La situazione è paradossale: gli ordini ci sono, l'estrazione aumenta la produzione di blocchi ma per i trasformatori della Versilia (segherie, laboratori, artigiani) non c'è disponibilità di materia prima». Qualche dato: in Italia dal 2009 al 2010 la percentuale di marmo lavorato è salita del 9,12%, con un valore incrementato dello 0,3%. I blocchi e le lastre di marmo, invece, sono aumentate del 22,78% con un incremento di valore del 29,66%. Come dire: è più conveniente estrarre e vendere all'estero, (come accade sovente nel carrarino) piuttosto che lavorare il marmo in loco. Se non saranno messe regole per scongiurare questo trend il lapideo versiliese è destinato a crollare. Ancora di più di quanto sta già succedendo: in dieci anni si sono persi oltre 700 posti di lavoro nel settore. Gli imprenditori confermano: Paolo Carli, ad di Henraux, ha spiegato che si è trovato costretto a reperire marmo non dalle cave della sua azienda ma da ditte carrarine. Che spesso, come hanno ribadito altri imprenditori presenti, preferiscono imbarcare i blocchi verso l'estero piuttosto che venderli in loco (anche alle aziende del lapideo versiliese) per farli lavorare. «Il nostro comparto - dicono i primi cittadini nel documento - sconta il fallimento dell'esperienza del Distretto. Possiamo ancora vantare, però, un ruolo importante a livello internazionale se sapremo ripartire dalla valorizzazione delle nostre pietre ornamentali». A Regione, Provincia e Parco chiedono di «avviare un'azione coordinata fra tutti gli attori della filiera e le istituzioni per rilanciare il prodotto. Serve uno snellimento burocratico delle norme del Parco circa le attività estrattive: ciò avrebbe benefici anche sulla trasformazione con la riapertura di nuove cave, immettendo sul mercato il marmo versiliese». Troppi quindi i soggetti coinvolti per rilasciare le autorizzazioni alle cave: servono controlli adeguati ma procedure più snelle che garantiscano tempi più veloci. L'ente nell'occhio del ciclone è il Parco delle Apuane che negli anni ha creato una distinzione tra il Distretto apuano e il lapideo versiliese: per questo vengono chiesti vincoli per tutti, come ha ricordato il sindaco Neri. «La scelta di dividere l'attività estrattiva tra zone dentro il perimetro del Parco e aree al di fuori di esso ha creato asimmetrie tra gli obblighi delle aziende. In Versilia si è puntato molto sulla filiera e la nostra specificità deve essere salvaguardata». Ugo da Prato, per Cna, ha evidenziato come la Versilia «trasformi più di altri la materia prima. La crisi deriva anche da mancate decisioni che hanno comportato un grave danno per tutto il settore». Chiede regole certe anche il sindacato. «Dovrebbe essere imposto al Distretto che una certa percentuale di blocchi venga lavorata in filiera - ha proposto Leonardo Quadrelli (Fillea) - le cave di Carrara sono diventate il supermercato di indiani e cinesi: bisogna mettere regole». «Il Parco ha stretto le maglie in Versilia e non a Carrara» chiude Carli.
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