Il dolore
Il caso. Il provvedimento impone una navigazione di 36 mesi in 5 anni per non essere degradati
Nautica, la rabbia dei capitani
Francesco Bertolucci
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LAVORATORI A RISCHIO. Yacht e velieri in porto a Viareggio L'allarme: quel decreto del luglio scorso taglia le gambe alla categoria
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VIAREGGIO. Un tavolo col ministero dei trasporti per cercare di salvare la categoria. È quel che chiedono i capitani di lungo corso per cercare di risolvere la "grana" creata dal decreto legislativo ministeriale del 7 luglio scorso che imponeva una navigazione di 36 mesi in cinque anni per non essere degradati. «Rischia di scomparire una categoria - osserva Mariano Giunta, marinaio da 21 anni - o si trova una soluzione oppure i capitani di lungo corso italiani sono da considerarsi in via di estinzione». Nuove leve a rischio. I problemi maggiori saranno per chi comincia adesso a navigare sulle navi da diporto. Una categoria che già aveva subito un duro colpo tre anni fa quando il governo di allora aveva deciso di scorporare i lavoratori del mare in persone che lavorano sui mercantili e sulle navi da diporto con quest'ultimi che non avrebbero ricevuto in automatico il certificato Imo che abilita alla navigazione internazionale. Un fatto unico in Europa e nel mondo dove non esistono distinzioni fra categorie e bastano 12 mesi di navigazione in 5 anni per ottenere e mantenere il certificato. «Il problema è principalmente per i più giovani - precisa Mattia Bandoni, presidente dell'associazione Lavoratori Marittimi della Costa Tirrenica - Chi naviga già da tempo può incappare nel declassamento e nella conseguente perdita di occasioni di lavoro. Se uno comincia ora a navigare su di una nave da diporto battente bandiera italiana non può conseguire l'Imo ma a determinate condizioni il certificato di abilitazione del diporto e di conseguenza si troverà, oltreché svantaggiato nei confronti di un altro lavoratore marittimo straniero, poi a piedi quando andrà a cercare lavoro. Non potrà navigare in acque internazionali a meno che, opzione che fa decadere l'obbligo di avere l'abilitazione internazionale, la nave sulla quale si trova imbarcato sia di un privato che la usa in esclusiva. Una cosa difficile dato che in genere per abbattere i costi in molti la noleggiano cambiando così lo stato della barca da uso privato a commerciale. L'intenzione ora è quella di chiedere un incontro col ministero. Formalizzeremo le nostre richieste dopo l'incontro tra marittimi che avremo il 16 dicembre a Carrara». Problemi oggettivi. «A meno che non si sia imbarcati su di una nave sopra le 3 mila tonnellate con le quali basta navigare 12 mesi in 5 anni - osserva Giuliano Pecchia, che ha cominciato a navigare a 23 anni e continua tuttora che ne ha 52 - questo decreto obbliga un marittimo a stare più di 7 mesi l'anno in mare e ci costringe a fare esclusivamente questo lavoro. Un giovane che ha interesse a navigare sugli yacht e non sui mercantili è severamente penalizzato dato che si trova impossibilitato a mantenere la certificazione Imo. È raro che si venga assunti per tutto l'anno, in genere i contratti sono di 3-4 mesi. Io sono assunto tutto l'anno ma se non riuscissi in futuro a rispettare i 36 mesi di assunzione in 5 anni sarei declassato e mi vedrei tolta l'abilitazione al comando dello yacht: perderei il lavoro». Lavoro che sarebbe perso anche da chi dovesse fare i conti con la voglia di aumentare gli spazi del suo armatore. «Se io vengo declassato dal portare navi maggiori di 500 tonnellate - dice Savino Gentili - e opto per passare al diporto potrei trovarmi comunque in difficoltà. Se vado su un 40 metri e l'armatore decide di prendere uno yacht più grandi, facciamo un 52 metri, non potrei più condurre quella nave e perderei il lavoro». E se una persona lavora per il tempo previsto su di un mercantile sotto le 500 tonnellate? «Viene declassato - sottolinea Paolo Ricci - mentre la rinnova se è comandante in una nave da diporto sotto le 500 tonnellate. Una contraddizione nella contraddizione». Nautico. Per i capitani di lungo corso i problemi potrebbero cominciare già dalla scuola. La riforma Gelmini entrata in vigore quest'anno rischia di ridimensionare decisamente la qualifica di un diplomato che esce dal Nautico. Stando alle prime interpretazioni sembra che, col cambio di denominazione in liceo dei trasporti e della logistica, chi esce dal Nautico come capitano di lungo corso si troverà con una qualifica inferiore a quella attuale e si troverà costretto a fare ulteriori corsi di perfezionamento della durata di un biennio prima di salire su di una nave. «Stiamo ancora studiando la cosa - dice Patrizia Tomei, assistente amministrativo del nautico - ma di sicuro alcune cose cambieranno per chi fa parte del nuovo ordinamento». Senza contare che negli altri stati europei non ci sarà in futuro questa dequalificazione per gli studenti dei nautici, la paura per molti è che i corsi da sostenere siano in scuole private create appositamente. «E' una ipotesi che non posso confermare - spiega l'assistente - non credo che avvenga una cosa del genere anche se ad oggi non c'è niente di chiaro nella riforma».
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