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Attimi di tensione a Roma: i familiari delle vittime volevano parlare con Napolitano

Caschi e divise contro il dolore

dall'inviato
<b>MANIFESTAZIONE.</b> Il corteo dei familiari delle vittime a Roma
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MANIFESTAZIONE. Il corteo dei familiari delle vittime a Roma

«Siamo madri, fateci passare»: ma la polizia fa da scudo

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Donatella Francesconi  ROMA. «Siamo madri, fateci passare». Lo gridano fino a non avere più fiato le donne arrivate da Viareggio, le foto di figli e nipoti appese al collo, sorridenti e belli come non lo saranno mai più.  Stazione Tiburtina, dieci del mattino. Dentro si inaugura il nuovo scalo dell'Alta velocità, alle presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del ministro Corrado Passera, dell'amministratore delegato di Fs, Mauro Moretti, padrone di casa che deciderà di non intrattenere gli ospiti più del necessario. Fuori, la protesta. Che vede i familiari delle vittime della strage di Viareggio in prima fila, arrivati con il pullman partito alle 5 dalla zona del disastro ferroviario di due anni fa. Passano i lavoratori della Wagon Lits: da giorni si battono contro i licenziamenti. Applausi e abbracci.  «Cosa volete?». il funzionario della Questura di Roma è sbrigativo. A sbarrare la strada che porta all'ingresso della stazione un plotone di poliziotti in assetto antisommossa. Inizia la trattativa, lunga, estenuante, inutile. Mentre si tratta, però, dai blinadati scendano altri agenti: caschi, scudi, manganelli. Anche il funzionario che li comanda con una mano telefona provando la mediazione e con l'altra indossa il casco. «Ma che state facendo?»: è ancora la voce delle donne. Quella di Daniela Rombi, di Luciana Beretti, delle zie delle sorelle Mazzoni, accompagnate dagli uomini: «In questo Paese ti devi augurare che non ti succeda mai niente. Perché se capita qualcosa, invece, questo è il trattamento che lo Stato di riserva». A parlare è Andrea Maccioni che tra le fiamme ha perso la sorella Stefania ed i nipotini Luca e Lorenzo. «Aveva 21 anni...la vedete? Era mia figlia!»: papà Claudio sventola in alto la foto di Emanuela Menichetti. «Da quando l'ho persa non ho paura di niente, figuratevi della vostra botte...», ripete senza tregua la madre, Daniela Rombi, rivolta agli agenti.  «Mio figlio aveva la tua età», dice Luciana Beretti rivolta ad un giovane agente. Federico Battistini non c'è più. Sua madre, col coraggio di una leonessa, fronteggia la polizia con la foto del ragazzo appesa al collo. Insieme a quella di Elena Iacopini, che di Federico è stata per troppo poco tempo la sposa felice.  Nel giro di poco è chiaro che il gruppo arrivato da Viareggio non varcherà mai lo schieramento di agenti e blindati. C'è il primo corpo a corpo: i familiari delle vittime vengono respinti, tra spintoni e calci. In alto le foto dei morti a sovrastare lo schieramento delle forze dell'ordine. A tentare di convincere Antonio Roberti, funzionario della Questura di Roma, arriva Manuela Granaiola, senatrice del Partito democratico. Roberti prende tempo: «Sto aspettando notizie... Non c'è l'interlocutore...». Lo ripeterà all'infinito per un'ora e mezzo sotto gli occhi attoniti dei familiari delle vittime della strage. Granaiola parla al telefono prima con il Questore di Lucca, poi con quello di Roma e con il cerimoniale del Senato: «Stanno trattando i familiari di chi è morto bruciato vivo come manifestanti pericolosi».  La conferma è nelle parole del funzionario di pubblica sicurezza: le foto dei morti al collo rendono i familiari in lutto automaticamente manifestanti. Il tempo passa, la mediazione appare sempre più un tentativo di prendere tempo. Dalla torretta di un blindato appare un poliziotto armato pronto a sparare lacrimogeni. È un boato che lo ricopre di fischi: «Siamo madri, fateci passare!». Nel secondo corpo a corpo con la polizia anche la senatrice Granaiola finisce strattonata. «Sono offesa - dichiara a caldo - per come sono stata considerata e con me anche i miei concittadini. È un fatto inaccettabile e mi ritengo offesa come eletta in Parlamento».  Quando mancano pochi minuti a mezzogiorno è il Questore di Roma a chiamare la senatrice Granaiola: i familiari delle vittime - viene spiegato - non hanno chiesto l'autorizzazione a manifestare. Eppure, replica Granaiola, il pullman da Viareggio è stato intercettato sulla tangenziale Est dalla Digos e ci sono funzionari della Questura di Lucca a guardare a vista i manifestanti. «Abbiamo annunciato la trasferta al commissariato di Viareggio - spiega e rispiega Rombi - Come facciamo sempre quando usciamo dalla nostra città». Ma Tiburtina blindata resta off limits per chi piange le vite falciate da un treno carico di Gpl tra le case ignare di una sera d'estate. E la richiesta di incontro con il presidente della Repubblica, che l'associazione "Il mondo che vorrei" va ripetendo da un anno, è rimasta ancora una volta senza risposta.  «I familiari di chi è morto nel disastro ferroviario di Viareggio, due anni fa - è l'amaro commento della senatrice Granaiola - sono stati presi in giro per ore. Ed io insieme a loro. È inaccettabile: e presenterò su questi fatti un'interrogazione al neo ministro dell'interno».  

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