Gioco
Dall'Henraux agli artisti, quel "cuore bianco" che batte in Versilia
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MONTE SIMBOLO. La cava delle Cervaiole sull’Altissimo7 MINUTI DI LETTURA
C'è il marmo dei poeti, c'è il marmo dell'industria, c'è il marmo degli artisti, c'è il marmo delle grandi moschee di Dubai. C'è il marmo dell'ambiente, c'è quello delle amministrazioni comunali. Tutto insieme questo marmo fu una delle colonne portanti della Versilia. Tutto insieme, la materia, l'arte, la koinè insomma, vive da secoli tra dispute, dispetti, incomprensioni, tra scontri di interessi e cattivo mercato, tra subbugli sindacali e progetti salvifici che non si realizzano mai. Ma il marmo resta, meraviglioso e dorato. Fu carezzato cinquecento anni fa da Michelangelo. Viene ancora oggi strappato ai monti da impavidi giovanotti dalla pelle cotta di sole e salino. Il marmo non so se sarà il futuro, per gli architetti, per gli scalpellini. Però è il presente per le casse di molte imprese e di alcuni comuni; ed allora meriterebbe che, uniti gli intenti, lo si difendesse, lo si mostrasse con iniziative pubblicitarie. E invece... *** Marmo dà senso e vita a Pietrasanta a Querceta a Seravezza a Stazzema. Il marmo inventò il Forte che, prima d'essere dei dandy russi scapricciati Swarovski, era il porto terminale dei blocchi preziosi dell'Altissimo. Ebbene qualcuno lega attorno alla stessa idea le varie comunità? Ci pensarono, ci pensano. Parlo allora di marmo con le persone che, nell'oggi, lo trattano: come investitori, come comunicatori, come scultori. E cerco di far venir fuori i problemi, perché li si possa risolvere e dare più vitalità ad un settore che tutt'ora, nonostante le crisi mondiali, tira, eccome. *** Paolo Carli, cinquantenne asciutto, svelto, di quelli "sono qui, sono là", che per lui vuol dire sono in Giappone, sono in Africa, sono negli Stati Uniti, è il "patron" dell'Henraux. I suoi avevano una cava, proviene da una famiglia dove il marmo fu latte succhiato. Adesso siede su una poltrona prestigiosa, quella di presidente di una società che fattura 8 milioni di euro l'anno, più o meno; ed è in espansione. Certo non è più l'Henraux storica con centinaia di operai. Nel presente ne bastano la metà della metà. Però l'Henraux, eccellenza straordinaria, è ancora "la ditta", cioè la madre di tutte le aziende, il riferimento non solo per tante famiglie ma per clienti che spaziano sulla terra: dalle cave di Cervaiole ai grattacieli degli Emirati, dai pavimenti di San Pietro in Roma alle sedi delle grandi banche americane. *** Parlo con Carli nello stridere delle segherie che staccano lastre preziose, marmi che provengono dal Brasile. L'attività non si ferma. Qualche ruga sulla sua fronte la dice lunga: non è mai stato troppo assistito o tutelato. Vi sono, per le cave, lacci e lacciuoli; e l'ambiente, di certo, dev'essere salvato da frettolose rapine. Tuttavia, l'Henraux è qui da secoli, possiede il monte Altissimo. Non lo riduce certo, come fanno a Carrara, in polvere di carbonato. Il suo sogno? Dar vita ad un museo d'impresa, un museo che, accolto in una vecchia e storica palazzina di Querceta, racconti l'intero teatro di cui il marmo è protagonista: da Michelangelo a Henry Moore, il talentuoso scultore inglese che fece patria della Versilia. Cosa accadde infatti una trentina d'anni fa? Che l'Henraux in difficoltà cedette ad una Banca milanese almeno settanta opere prestigiose. Portarono via da qua un patrimonio d'arte d'incalcolabile valore. Carli intende risalire questa china. Ed offrire al pubblico un nuovo incontro con la bellezza e con l'arte, uno spazio dove scuole, ragazzi, operatori culturali, ma anche architetti d'esterni e d'interni possano vedere e studiare le applicazioni del marmo. Discutiamo e sono circondato da bozzetti di rilievo: opere di Mirò, opere di Pietro Cascella, opere di Noguchi. Siamo tra i vertici della scultura moderna. Dove finiranno? In Versilia, tra piazze e rotonde stradali, c'è il peggio del peggio, dilettanti allo sbaraglio, statuine cimiteriali, lapidi al parmigiano. Il marmo non merita una vetrina pubblico-privata che faccia più che museo, richiamo d'attualità? Carli pensa che comuni, provincia, regione, si aggreghino in fruttuosa intesa collettiva. Coi privati. Per l'estetica pubblica e per il mercato internazionale. Auguriamoci che riescano. La fondazione Henraux, appena sorta, ha però già una prima diserzione: Pietrasanta non ci sta. Pietrasanta vuol fare da sola, non si unisce a Forte dei marmi, Stazzema, Seravezza. Vallo a capire. *** Chi capisce gli intenti è un giovane, amabile, intraprendente editore versiliese e fiorentino, Federico Maschietto. È di una schiatta nobile di albergatori. Suo padre, ben vivente e vegeto, è uno dei padri fondanti del turismo in riviera (possiede l'Augustus e il Bambaissa). Federico, mio grande amico, ha appena stampato una collana di libri su Michelangelo e le sue opere. Parte dal "David", arriva alla "Pietà" eppoi... Bene. Lo hanno appena nominato nella Fondazione Henraux, in rappresentanza di due comuni, Stazzema e Seravezza. Egli ammette che il marmo dev'essere un punto "centrale" per fare attenzione a questa terra. Ed ha studiato un vasto progetto, presentato al sindaco di Forte dei Marmi, tempo fa, che prevede, col titolo "Marmo nostro", un volume di iniziative attorno alla figura di Henry Moore. Moore è morto venticinque anni orsono. Si poteva quest'anno rammentarlo. Se lo sono, naturalmente, dimenticato. E Moore è patrimonio universale. Passata la ricorrenza comunque si può ancora fare e molto. "Marmo nostro" è un vero e proprio festival. Comprenderebbe convegni, dibattiti, escursioni, mostre, attività di laboratorio, borse di studio, nulla vi è trascurato. L'intero sistema-marmo verrebbe sviscerato e proiettato oltre gli addetti ai lavori. Basti pensare quanti architetti, costruttori, artisti, vivono col marmo; basti pensare quanto la Cina e l'India e il Brasile, paesi importatori da Carrara e da Pietrasanta, stiano acquistando. Non è, né sarebbe, "Mare nostro" la solita mostrina di prodotto o di vanità, di quelle che il solito Sgarbi fuggevolmente visita; poi appena nate, muoiono anonime. Potrebbe essere, invece, la chiave anche per lo "slow-turismo", una nuova maniera di salire le nostre montagne, frequentarne i più suggestivi percorsi; non dimentichi di Michelangelo, di Gabriele D'Annunzio, degli "apuani" con Ceccardo Roccatagliata e Lorenzo Viani e Pea, di quella cultura che ha reso il paesaggio un portento. Henry Moore fu persuaso da questa cultura. Egli dovette l'amore ad una grande "patron" della Henraux anni '50, Erminio Cidonio, che fece di Querceta il polo mondiale della scultura contemporanea. Furono anni di presenze meravigliose: da Jean Arp a Marino Marini, da Pablo Serrano a Vantongerloo, da Isamu Noguchi a Costantino Nivola, da Cascella a Pomodoro. Si possono ricostruire quelle fantastiche età, recentissime, nelle struggenti poesie di Giuseppe Cordoni, nelle documentatissime storie di Costantino Paolicchi (suo il libro-bibbia sui "Sogni di marmo" di Michelangelo, Bandecchi & Vivaldi editori), nelle pagine d'arte di Lodovico Gierut. *** Chi dà vita al marmo sono tuttavia, ieri e domani, gli scultori. Vi sono a Pietrasanta, ben attivi, Romano Cosci (avviato in Vaticano) e Renzo Maggi. La loro esistenza, dalle antiche botteghe dei vecchi maestri alla sofisticata committenza attuale, meriterebbe romanzi. Alla Henraux, che è fucina di ingegni, incontro Giovanni Maria Manganelli, le cui opere hanno mirabilmente invaso i piazzali dell'aeroporto di Pisa e sono sistemate nelle case di tanti "vip" da Diego Della Valle e Donà delle Rose al principe di Monaco, Alberto. Manganelli crea statue graziosissime, col marmo, bianco e nero, fabbrica addirittura l'acqua da dove fuoriesce una vibrante Venere. Eppoi ha dato vita a delfini, ippopotami, coccodrilli, un universo di "oggetti" impeccabili, fantasiosi, che non sono il monumentale. Ma usano il marmo come anima di prodotti necessari alle ambientazioni di vita quotidiana, che richiede una bellezza più usuale, più disponibile, più umana e vicina. Di Manganelli hanno tanto scritto Sgarbi e Daverio. Ma con lui ci conosciamo fin dai tempi del cinema e della televisione. Fummo compagni in spettacoli, lui autore, io regista, di successo. Poi egli fu scoperto fabbricare con la creta da un antiquario fiorentino che lo incoraggiò a mille. Oggi egli, uomo di vastissime relazioni, pratica il marmo. Abita a Ponte di Sasso (Capezzano) ma ha studio nell'Henraux e ne segue da vicino l'evidente buona ripresa, anche economica. Dice Manganelli: «Creare il museo che ha ideato Carli è un'occasione da non far scappar via». Quante iniziative, infatti, sono già scappate? Il marmo è una materia così dolce, così malleabile. Anche uno scultore giovanissimo come Nicola Domenici, emerso con assemblaggi tra marmo e plastiche (in maliziose donnine spericolate e ammiccanti), confessa l'insostituibilità dell'oro bianco. Domenici, diplomato a Carrara, è attratto (via Boccioni e Fontana) dai mirabolanti percorsi dell'arte concettuale. Si direbbe estraneo alla tradizione millenaria della Versilia. Ed invece eccolo usare per le sue inconfondibili figure proprio, con le resine, il marmo durevole e storico. La Versilia, nelle più diverse generazioni, tra i più disparati mestieri, è allora attanagliata dal marmo, non se ne può sottrarre. Anzi. Basti guardare alle sinuose statue di Tony Cragg (fatte alla Henraux e mostrate questa scorsa estate a Lucca), per capire come con il marmo si possa giungere a toccare il cielo, avvilupparlo, farlo scendere nei barbagli della bianchezza immacolata, fino a noi. Unito. E' ciò che tentò Michelangelo. E vi riuscì. Ma c'è un'impresa più ardua dove riuscire: mettere d'accordo le dispettose individualità della Versilia, l'una contro l'altra armate. Mi dice Ireno Francesconi, presidente dell'associazione "Amici di Marcucci" e per anni imprenditore d'arte e di marmi: «Potevamo essere, tra cavatori e industriali della riviera, i padroni della terra. Fossimo stati in accordo. Purtroppo si sono perduti molti treni». Qualche nuovo treno però passa ancora. E' bene per tutti salirvi in vasta armonia.
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