Il Tirreno

Versilia

Sant'Anna di Stazzema - La memoria dell'eccidio è una bambola coperta di sangue

Fabrizio Brancoli
Sant'Anna di Stazzema - La memoria dell'eccidio è una bambola coperta di sangue

La forza dei simboli, il senso della pace: ecco perchè questo edificio non può che restare aperto

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Maria Franca Gamba aveva due anni e adorava la sua bambola. Chissà come la chiamava, in quali giochi la accompagnava, quale ruolo aveva nelle sue fantasie. Il 12 agosto del 1944 a Sant’Anna di Stazzema, quando le Ss la trucidano insieme alla sua mamma sul sentiero che porta a Coletti, Maria Franca tiene la bambola stretta a sé, come per proteggersi. O forse per proteggerla. Perché i bambini giocano imitando; e in quelle mani strette con forza c’è un’ultima, atroce, disperante richiesta di pietà.

Quando tutto è finito, e il paese è solo lutto e macerie, ritrovano molte fedi nuziali nella piazza della chiesa, tra i poveri corpi di decine e decine di persone. Non sono d'oro: sono di ferro. In epoca fascista il regime le scambiava con quelle preziose, per incamerare oro donato alla patria. Viene da pensare a come fu ricambiato, quel dono.

Albertina Mancini, diciannove anni, detta Lina, muore perché cerca di salvare dai tedeschi l'abito delle feste, l'unico, comprato con fatica e sacrificio. Prima fugge da casa, poi torna indietro perché vuole nascondere quel vestito, evitare che lo brucino. Ma la vedono, la prendono al Colle e la uccidono con altre sedici o diciassette persone. L'abito delle feste esiste ancora, nel guardarlo l'emozione sale alla gola.

Adolfo Bartolucci, padre di Leopolda Bartolucci, aveva un cappello. Lo trovano sulla piazza della chiesa, è mezzo bruciato. Sulla piazza della chiesa ritrovano anche tante fotografie, compresa quella di Adolfo. Le vittime avevano capito che lo sterminio sarebbe stato terribile e avevano deciso di lasciare un segno, per rendere il proprio cadavere riconoscibile. L'ultima speranza che ebbero fu quella di venire identificati dai loro cari. Mariti al fronte di guerra, fidanzatini di cui avere nostalgia, scene di felicità al mare, feste, scherzi e giochi. I sorrisi di quella gente, sparpagliati nel sangue del selciato. Ma quel giorno qualcuno li recupera, li conserva e li onora. È per questo che si possono ancora vedere.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:1.1778926:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2010/03/18/news/la-strage-di-sant-anna-di-stazzema-una-telefonata-dalla-germania-mio-nonno-e-l-ss-che-ti-salvo-la-vita-1.1778926]]La bambola. L'abito delle feste. Le fedi. Il cappello. Le fotografie. E una sveglia, ferma alle sette meno dieci. I poveri oggetti di Sant'Anna di Stazzema. Sono tutti lì, nel museo. Quello a cui lo Stato non ha voluto confermare centomila euro di fondi, facendogli rischiare la chiusura. Sulle pareti degli espositori, sulle lapidi e le iscrizioni, incontri alcune parole e senti che le hanno scelte. Non sono sparse sulla pietra come foglie secche mosse dal vento: sono scolpite, senza alcun caso. Per esempio "amore e perdono": sulla lapide in cima alla salita dell'ossario, sotto la scultura dove una madre martire giace uccisa ma non rinuncia ad abbracciare il suo bambino, trovi queste due parole. Sullo sfondo, anch'essi scolpiti, i nomi di centinaia di persone, dai bambini ai vecchi, sterminati quel giorno d'agosto.

Dentro e fuori il museo, non esiste un luogo migliore per pensare alla pace, al suo immenso valore. C'è tanto silenzio, ma ti avvolge e in un certo senso ti conforta. È «il silenzio dei torturati, più duro di ogni macigno», come scrive Piero Calamandrei. Nell'ode a Kesselring, iscritta nella pietra bianca della Versilia. Ma anche se ti fa soffrire, ti senti a posto e ti dici: ho fatto bene a venire qui. Esistono musei che espongono capolavori di genio. Altri che mostrano tesori inestimabili. Poi ci sono musei che raccontano storie. E non si può, davvero non si può far chiudere questo museo. Punto.

A Sant'Anna prima o poi finisci per andarci. Per esempio arrivi per la prima volta, mentre scende una pioggia leggera. Parcheggi. Giri per qualche minuto, nel silenzio. Sali al sacrario, guardi l'orizzonte verso il mare, piangi un po', pensi tanto. È un giorno di febbraio e stai diventando una persona, probabilmente per sempre.
Tutti insieme proviamo a proteggere la bambola che quella bambina stringeva forte quando le spararono. E l'unico modo per proteggerla è conservare la memoria.

Nella teca del museo, il vestitino è ancora sporco di sangue. Quando la trovarono senza vita, Maria Franca aveva l'impronta di uno scarpone sul corpo.

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