Gioco
Vangi, l'artista civile che mette in mostra la disperazione dell'uomo
Adolfo Lippi
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LOSSERVATORE E LARTISTA. Sotto, Adolfo Lippi. A destra Giuliano Vangi con lopera Veio e, a lato, la Ragazza in piedi La sua esposizione è stata l'evento dell'estate di Forte «Siamo circondati da violenza, cerco di interpretarla»
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S'incontra tanta arte mediocre, in Versilia, d'estate. Ma s'incontra anche l'arte bella, sulla tradizione di una terra che innamorò Henry Moore e Marino Marini. Fastoso, enigmatico, gentile, Giuliano Vangi da Barberino di Mugello, ha tenuto per l'agosto intero una mostra a Villa Bertelli di Forte dei Marmi che è divenuta un evento. Migliaia i visitatori, consensi alle stelle, presentazione di Philippe Daverio. Nella mostra, che si conclude, tra struggenti disegni che rammentano Goya e giganti di pietra che si strappano dalla condizione statuaria per urlare la vita, lo incontro. Vangi è di struttura etrusca, ha gli occhi che si esprimono in lampi, è misurato, leggero nella conversazione, solido nei concetti. Piace un mucchio ai giapponesi che a Mishima gli hanno dedicato un intero museo. Piace, Vangi, perché rappresenta una civiltà antica, epica, quella dei popoli che pagarono, fin dai primi secoli, un sanguinoso prezzo ai vincitori. Perché con Vangi ci si misura così, in termini epocali. Lui ama stare in una storia che non è attualità ma, da Omero ai Babilonesi, dagli ebrei agli arabi di Palestina, mostra piaghe di continuo aperte: piaghe che sono la sopraffazione, la prepotenza, il delirio. Nel suo studio di Pietrasanta i tenui colori di un'estate che, rosseggiando, tramonta nel settembre piovoso e caldo, ombrano figure che furono e sono deità etrusche e guerrieri aggressivi in motociclette vere. Ma con elmi vecchi e ghigni smorfiati dalla sete di potere e conquista. C'è da rimanere spiazzati: l'accostamento tra moto e armi, tra avori incastonati ed acciaio turbo, tra legni di acero e gomma, ti rimbalza di qua e di là, randagio, nei tempi più remoti e nell'oggi. Ma se guardi l'artista, vedi che Vangi possiede la chiave per interpretare la condizione umana; che è condizione di vittime e di carnefici, di genti pacifiche e di genti aggressive. Uno scontro interminabile che, come dramma, mai ha fine. Perché ha scelto Pietrasanta? «Prima - mi dice - lavoravo a Carrara. Ma per la varietà dei miei interessi, dovevo scolpire ma anche fondere, mi parve più adatta Pietrasanta. Qui vi sono artigiani validissimi, gente brava, eppoi negozi e botteghe per ogni esigenza. Eppoi a Pietrasanta hai modo d'incontrare giovani artisti di ogni parte del mondo. Così scelsi. Prima lavorai in un piccolo spazio da Mariani, eppoi nel laboratorio di Leone Tommasi in viale Marconi. Dopo presi un capannone in affitto e tutt'ora sto stabilimente qui. Mi ci trovo benissimo». Vangi ha fatto mostre a San Paolo del Brasile, in Germania, in Francia, a New York, a San Pietroburgo, a Tokyo. Poi, però, torna sempre in Versilia e riprende a modellare in creta, a creare opere ammirevoli. Queste opere si liberano con forza dalla materia grezza (come in Rodin) o si compongono come madonne quattrocentesche coi tipi di Matteo Civitali. Sono tante le figure, alcune davvero imponenti, uomini con il figlio morto tra le braccia, donne che tentano di sottrarsi alla strage, carnefici che mostrano teste mozze. Perché tanta disperazione? «Nel quotidiano, dice Vangi, ci sono anche la gioia di vivere, la gioia del conoscere. Però siamo circondati di violenza. Dagli antichi assiri ai talebani si tagliano teste. Le città pacifiche, prendiamo Veio degli etruschi, venivano invase da turbe a cavallo. Oggi al posto dei cavalli c'è la meccanica, carri armati, aereoplani. Io faccio guerrieri motociclisti che invadono le terre, prendono città che non sono loro. Sono città prospere, quiete ma l'invasore le distrugge. E dopo sopra i cadaveri passa l'angelo della misericordia, ma rimangono gruppi di corpi finiti». Arte civile, questa, arte come si faceva una volta. Vangi nemmeno rinuncia al sacro. Nella cattedrale di Pisa come nella chiesa cattedrale di Padre Pio a Monterotondo, vi sono suoi importanti lavori. Lo hanno chiamato a collaborare architetti di prestigio, da Renzo Piano a Marco Botta. Siamo al top. Vangi con gli architetti partecipa, non si limita a fornire oggetti. Il Museo che gli ha dedicato il Giappone a Mishima, un museo modernissimo fornito di teatro, sala da tè, biblioteca, negozi, lo ha ideato lui, e composto con l'architetto Muremoto che venne, stazionò a Pietrasanta per mesi. Il risultato è geniale. Il visitatore del museo penetra in un'atmosfera. L'uomo, nell'arte, si deve raccapezzare. Vangi ha esposto a Forte dei Marmi molti di questi uomini, di queste donne personificate. Ha dato loro sguardi indimenticabili. Nel "ragazzo in piedi", con grandi occhi di avorio spalancati, si raffigurano la meraviglia, lo stupore verso una società che cattura ma resta inquietante, lontana, astratta. Nella "ragazza in piedi", invece, subentra la poesia stilnovista e le labbra turgide, nel silenzio, accettano l'esistenza e si porgono con speranza. Tanto spirito, tanti caratteri, tante emozioni Vangi le trae da montagne, le nostre versiliesi, che da Michelangelo all'arte povera, hanno fornito il sostrato per decine e decine di capolavori. La Versilia possiede tesori. Altri ne importa. Ogni scultore di pregio è, in sé, un'industria, dà lavoro a centinaia di persone. Ecco perché si deve saper accogliere e trattenere gli artisti, collocarli, assecondarli. Spiega Vangi: «Quando penso ad un opera già la penso conclusa. L'intuizione che mi giunge è già completa nel segno e nel materiale. Poi per giorni, per mesi, disegno e ridisegno. Al tempo stesso cerco nelle cave, nei laboratori, nei cantieri, la materia che mi serve, ora il legno, ora la creta, ora il marmo. Per fare "il temporale", un piccolo uomo sorpreso da uno scroscio improvviso di colori grigio rosati, ha trovato la pietra brasiliana Tycoonblue, una lastra grande in natura. C'ho messo un anno a trovarla». Mentre parla e mi saluta lo aspettano una decina di ragazzi di un istituto d'arte europeo. Vi sono facce orientali, alcuni neri, altri indiani. Ad essi Vangi prende a spiegare l'arte italiana. Il linguaggio ha il tocco cosmopolita. Siamo davvero nel mondo che produce. La Versilia, nel suo splendore autunnale, ha bisogno di ospiti così. Sono forestieri, ma la loro presenza irrobustisce i nostri pensieri migliori. Adolfo Lippi è regista televisivo
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