Sicurezza
Un brevetto per eliminare la marmettola
Luca Cinotti
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La cava del Cardoso Lo sta studiando l'imprenditore Marco Farina, titolare della Filiera del Cardoso
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STAZZEMA. Il problema è annoso e, negli ultimi tempi, dopo la chiusura del Brentino, si è quasi trasformato in emergenza: cosa fare della marmettola, dei fanghi che risultano dall'estrazione delle pietra? A provare a dare una risposta è un imprenditore del settore: Marco Farina, titolare della Filiera del Cardoso, sta lavorando su un progetto che permetterebbe di abbattere, o quasi, i residui della marmettola. «Si tratta, in sostanza - spiega Farina - di utilizzare un grosso essiccatore, nel quale i fanghi entrano e vengono sottoposti a temperature altissime, nell'ordine delle migliaia di gradi». All'interno del macchinario, poi, un separatore convoglia, da un lato, il materiale ancora recuperabile; dall'altro, lo scarto che - a quel punto - è in quantità irrisoria. La tecnologia non è nuova. Come spiega lo stesso Farina, è già stata utilizzato negli anni Duemila da un'azienda in un distretto, quello di Verona, che molto ha a che fare con l'estrazione del lapideo. «Si è dimostrato che la macchina funzione. L'inconveniente più grande al quale i veronesi sono andati incontro è l'altissima bolletta energetica che, in un periodo di prezzi di materie prime alle stelle, ha causato loro notevoli difficoltà». Per limitare l'incidenza dei costi energetici, l'idea di Farina è di ricorrere a una partnership con la cooperativa "Terra, uomini, ambiente" per creare una piccola centrale di cogenerazione. In sostanza, bruciare cippato (quindi materiale legnoso) per alimentare il macchinario. Tutti questi aspetti saranno vagliati nel polo tecnologico dell'Università di Pisa a Navacchio dove verrà fatta ricerca anche su aspetti più "locali": ad esempio, studiare come adattare il macchinario ai nostri materiali, in modo da ottenere carbonato di calcio e silicati. Rimangono, però, altre due questioni. La prima è quella di trovare un'area dove impiantare il macchinario, in un capannone alto almento 12 metri. Anzi, spiega Farina, l'ideale sarebbero due macchinari che - complessivamente - potrebbero arrivare a trattare quasi 100mila tonnellate all'anno (circa la metà di quanto prodotto dalle nostre cave): «Abbiamo già visionato alcuni terreni - spiega l'imprenditore - che dovranno essere senz'altro vicino a un casello autostradale per ridurre al minimo l'impatto del trasporto». Ma il punto più delicato (e, tuttavia, imprescindibile) sarà quello di coinvolgere nell'"avventura" il maggior numero possibile di imprenditore.
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