Sicurezza
Nasce la rete dei comitati «Per i nostri morti non c'è prescrizione»
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SERPENTONE UMANO. La folla mentre scende dal ponte sulla ferrovia 3 MINUTI DI LETTURA
VIAREGGIO. Si dice che da una tragedia possa nascere un fiore. Un messaggio di speranza. Una nuova vita. Due anni fa, alla vigilia dei funerali solenni per le vittime della strage del 29 giugno, il Palazzetto dello Sport di Viareggio divenne, suo malgrado, la camera ardente dove la città diede l'ultimo saluto alle prime vittime della tragedia. Ieri, in quello stesso impianto, è stata ratificata la costituzione del Coordinamento delle Associazioni e dei Comitati dei familiari delle vittime di tanti stragi irrisolte in Italia. Una dichiarazione d'intenti per unire le forze, con l'auspicio che otto, dieci, cento voci alzate possano ottenere più facilmente giustizia di una soltanto. Ascoltare gli interventi dei rappresentanti dei vari comitati, giunti da ogni angolo del paese, è come sfogliare una sorta di libro nero dell'Italia, un fascicolo che raccoglie tante tragedie finite del dimenticatoio o rimaste irrisolte. Come l'incendio del Moby Prince al largo del porto di Livorno. Come la vicenda delle case popolari di via Russoli a Milano, rivestite di amianto, che hanno già fatto registrare numerose vittime. Come le morti bianche di sette operai della ThyssenKrupp di Torino, del viareggino Matteo Valenti e del piombinese Ruggero Toffolutti. Come i disastri che colpirono bambini e ragazzi dell'istituto «Salvemini» di Casalecchio di Reno, della scuola elementare di San Giuliano di Puglia e della Casa dello Studente a L'Aquila. E poi c'è la strage di Viareggio, rappresentata da Daniela Rombi, presidentessa dell'associazione «Il mondo che vorrei», moderatrice di questa tavola rotonda. Sono tutti uniti dal dolore. Dalla rabbia. Ma anche dal desiderio che sia fatta giustizia, che prima o poi venga alla luce la verità. E dalla speranza che, unendo le forze, l'obiettivo si possa raggiungere con minor difficoltà. «Una giornalista mi ha chiesto se corriamo il rischio che questa rete di solidarietà venga meno, data la lontananza fisica - esordisce Daniela Rombi, che indossa una maglietta con la foto di Emanuela Menichetti, sua figlia, una delle trentadue vittime - no, non sarà questo a fermarci: sarà un rapporto indissolubile. Ciascuno manterrà la propria autonomia, consapevole che, nel momento che conta, saremo tutti un'unica cosa». E poi vengono raccontate, una dietro l'altra, le testimonianze dei vari comitati. La parola che funge da trait d'union è prevenzione: tante di queste stragi potevano essere evitate. «Non si possono spendere milioni di euro dopo le tragedie, vanno anticipate - dice il genitore di uno dei bambini della scuola di San Giuliano di Puglia - ben venga la ricostruzione, ma questo paese deve imparare la lezione da certe vicende». C'è, poi, anche il fantasma della legge sul processo breve, che rischia di far cadere tutto in prescrizione: «Non si può dare un limite di tempo ad un procedimento giudiziario» esclama Daniela Rombi, che ad aprile era a manifestare davanti al Parlamento mentre in aula era in corso la discussione. «Va tutelata la figura delle vittime, così come, giustamente, avviene per gli imputati» fanno eco quelli dell'associazione delle vittime dell'istituto Salvemini. E poi è necessario che anche architetti, avvocati, ingegneri facciano il loro dovere, senza negligenza né superficialità. «Una volta imparata la lezione, bisogna generare sicurezza, prevenzione - è la posizione di Fabrizio D'Errico, perito tecnico di parte - la strage di due anni fa a Viareggio non può essere stata una fatalità, come qualcuno ha provato a giustificarsi». Segue il buffet della solidarietà, così l'hanno ribattezzato. Un pasto veloce, poi tutti assieme verso il Comune, per il corteo. Per marciare uniti, non solo verso via Ponchielli, ma anche - idealmente - verso un mondo nel quale non ci siano più reticenze e la giustizia faccia, davvero, il suo corso.
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