Proteste
La città è scesa in strada
Donatella Francesconi
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IL DOLORE. Lumini sul luogo colpito dal disastro ferroviarioIl grido di Daniela Rombi contro Moretti (Fs)
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Una città in strada. E chi non è nel corteo sta alla finestra, sul balcone, tra lumini accesi e bandiere italiane listate a lutto. O lungo il marciapiede. Ed applaude. Lo stesso che scoppia alla stazione, quando Daniela Rombi parlando dell'amministratore delegato di Ferrovie chiede: «Ma non c'è nessuno che può licenziarlo?».
Stretta al cuore ha la foto di Emanuela Menichetti, che il fuoco s'è portato via a soli 21 anni: «Perché Mauro Moretti non guarda mia figlia che ha ammazzato?». La ferita, tra la città e l'amministratore delegato di Fs, è tutta aperta. Da quell'alba tragica di due anni fa, quando Moretti si presentò in Municipio per dichiarare due cose: che le Ferrovie di Stato erano estranee al disastro ferroviario e che non avrebbero attivato le proprie assicurazioni. «Ci ha sempre offeso», continua Daniela Rombi, da un anno presidente dell'associazione "Il mondo che vorrei", quella che riunisce i familiari delle trentadue vittime. «E se era un uomo - risuonano dure le parole del palco allestito a ridosso della stazione - avrebbe dovuto dimettersi il giorno dopo il disastro». Fischiano forte i treni alle spalle del palco. Lo fanno così da quasi 24 ore, passando da Viareggio, nel ricordo di quella notte, "nella rabbia e nel dolore" della memoria di chi non c'è più.
Come si legge sulla maglietta indossata da uno degli oltre quindicimila viareggini che non hanno voluto mancare il secondo anniversario della strage. Già, la strage. «Quella parola - sottolinea dal palco Daniela Rombi - che i diirgenti delle Ferrovie di Stato proprio non riescono a dire, a pronunciare...». Moretti, però, non è il solo che su quel palco, in quella strada che due anni fa risplendeva sinistra e colava calore e morte, non è "amico". «Siamo di nuovo a ribadire che vogliamo un incontro con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano», ricorda Daniela Rombi. Tra la richiesta ed il possibile appuntamento c'è un ostacolo: quel cavalierato del lavoro riconosciuto dalla prima carica dello Stato proprio a Mauro Moretti, un anno dopo la strage di Viareggio. «Ci è stato proposto un appuntamento con un suo incaricato - continua Rombi - ma lo ribadiamo: chiediamo di incontrare il presidente». Sfila, Viareggio.
E con lei la Versilia. I gonfaloni dei Comuni, gli uomini delle polizie municipali. A fianco delle altre istituzioni: la Provincia, con il presidente Baccelli e sedici consiglieri presenti si 24; la Regione, con al vice presidente, Stella Targetti; le cariche militari, tutte, con il comandante provinciale dei carabinieri, il comandante della Capitaneria di porto, il Prefetto, il Questore; il vescovo Castellani. Molti di loro erano lungo quei binari, due anni fa. «Vorrei abbracciarvi tutti...». È ancora Daniela Rombi che parla. Dai balconi partono gli applausi, il corteo ricambia in un' intesa muta ma carica di emozioni. Sfilare non è stato semplice. Per quello che ciascuno si porta dentro da quella notte di mondi crollati. Ma anche per le tensioni che non sono mancate ad inizio manifestazione. Con gli abitanti di via Ponchielli posizionati distanti dalla testa del corteo, aperta dai familiari di chi non c'è più. Eppure poteva toccare a chiunque, nel tortuoso viaggio dl gas che qui è entrato e là no, sotto ha ucciso e sopra no, o viceversa. Quella paura, quelle fughe tra tetti e corti, sono una parte di questa storia. Come lo sono i lutti, i volti dei morti che abbiamo imparato a conoscere.
Chi ha organizzato, posizionato, deciso dove e come di questo doveva tenere conto. Perchè alla fine solo l'intervento del sindaco Lunardini, che ha abbandonato lo spezzone istituzionale del corteo, ha evitato il peggio e l'inevitabile brutta figura sotto gli occhi di tutta l'Italia. «Basta, basta, basta: questo il grido che si leva da questa piazza». È Loris Rispoli, per il Comitato che ricorda la tragedia del traghetto Moby Prince a Livorno, a ricordare che da ieri comitati e associazioni dei troppi disastri d'Italia sono uniti in un unico soggetto. Intorno la piazza applaude, convinta e grata di questo filo comune che si intreccia intorno a Viareggio. «Queste persone sono classe dirigente vera», commenta a caldo il presidente della Provincia, Stefano Baccelli: «Loro che hanno trasformato dramma e tragedia personale in generosità verso gli altri». La stessa generosità dei ferrovieri che non hanno fatto mancare la propria presenza, ma anche di chi vigila lungo i binari e insiste - con l'orgoglio del proprio lavoro per lo Stato - nel pretendere sicurezza.
E così, nello spezzone istituzionale del corteo, sotto i gonfaloni e tra le autorità locali, si sono visti i volti di Alberto Chiovelli, direttore dell'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria e di Angelo Laurino, il capo dipartimento Polfer che, con la propria squadra, conduce le indagini per conto della Procura di Lucca. «Quanta gente...». Ai piedi del cavalcavia sul volto del poliziotto ci sono stupore e commozione. Ed il tanto lavoro ancora da fare da oggi ha un senso in più: quello delle risposte da dare ad una città intera. «Perchè non vi sono parole sufficienti per esprimere l'ansia di giustizia che scuote le fondamenta di questa città», dice il sindaco dal palco della stazione: «Un urlo di giustizia che non sarà mai vendetta, ma ricerca di responsabilità, perché un evento statisticamente impossibile non abbia a ripetersi ed altre madri, padri o figli non abbiano più a gridare, non importa in quale lingua o dialetto: perché? A loro dobbiamo solo poter dire: mai più».
Stretta al cuore ha la foto di Emanuela Menichetti, che il fuoco s'è portato via a soli 21 anni: «Perché Mauro Moretti non guarda mia figlia che ha ammazzato?». La ferita, tra la città e l'amministratore delegato di Fs, è tutta aperta. Da quell'alba tragica di due anni fa, quando Moretti si presentò in Municipio per dichiarare due cose: che le Ferrovie di Stato erano estranee al disastro ferroviario e che non avrebbero attivato le proprie assicurazioni. «Ci ha sempre offeso», continua Daniela Rombi, da un anno presidente dell'associazione "Il mondo che vorrei", quella che riunisce i familiari delle trentadue vittime. «E se era un uomo - risuonano dure le parole del palco allestito a ridosso della stazione - avrebbe dovuto dimettersi il giorno dopo il disastro». Fischiano forte i treni alle spalle del palco. Lo fanno così da quasi 24 ore, passando da Viareggio, nel ricordo di quella notte, "nella rabbia e nel dolore" della memoria di chi non c'è più.
Come si legge sulla maglietta indossata da uno degli oltre quindicimila viareggini che non hanno voluto mancare il secondo anniversario della strage. Già, la strage. «Quella parola - sottolinea dal palco Daniela Rombi - che i diirgenti delle Ferrovie di Stato proprio non riescono a dire, a pronunciare...». Moretti, però, non è il solo che su quel palco, in quella strada che due anni fa risplendeva sinistra e colava calore e morte, non è "amico". «Siamo di nuovo a ribadire che vogliamo un incontro con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano», ricorda Daniela Rombi. Tra la richiesta ed il possibile appuntamento c'è un ostacolo: quel cavalierato del lavoro riconosciuto dalla prima carica dello Stato proprio a Mauro Moretti, un anno dopo la strage di Viareggio. «Ci è stato proposto un appuntamento con un suo incaricato - continua Rombi - ma lo ribadiamo: chiediamo di incontrare il presidente». Sfila, Viareggio.
E con lei la Versilia. I gonfaloni dei Comuni, gli uomini delle polizie municipali. A fianco delle altre istituzioni: la Provincia, con il presidente Baccelli e sedici consiglieri presenti si 24; la Regione, con al vice presidente, Stella Targetti; le cariche militari, tutte, con il comandante provinciale dei carabinieri, il comandante della Capitaneria di porto, il Prefetto, il Questore; il vescovo Castellani. Molti di loro erano lungo quei binari, due anni fa. «Vorrei abbracciarvi tutti...». È ancora Daniela Rombi che parla. Dai balconi partono gli applausi, il corteo ricambia in un' intesa muta ma carica di emozioni. Sfilare non è stato semplice. Per quello che ciascuno si porta dentro da quella notte di mondi crollati. Ma anche per le tensioni che non sono mancate ad inizio manifestazione. Con gli abitanti di via Ponchielli posizionati distanti dalla testa del corteo, aperta dai familiari di chi non c'è più. Eppure poteva toccare a chiunque, nel tortuoso viaggio dl gas che qui è entrato e là no, sotto ha ucciso e sopra no, o viceversa. Quella paura, quelle fughe tra tetti e corti, sono una parte di questa storia. Come lo sono i lutti, i volti dei morti che abbiamo imparato a conoscere.
Chi ha organizzato, posizionato, deciso dove e come di questo doveva tenere conto. Perchè alla fine solo l'intervento del sindaco Lunardini, che ha abbandonato lo spezzone istituzionale del corteo, ha evitato il peggio e l'inevitabile brutta figura sotto gli occhi di tutta l'Italia. «Basta, basta, basta: questo il grido che si leva da questa piazza». È Loris Rispoli, per il Comitato che ricorda la tragedia del traghetto Moby Prince a Livorno, a ricordare che da ieri comitati e associazioni dei troppi disastri d'Italia sono uniti in un unico soggetto. Intorno la piazza applaude, convinta e grata di questo filo comune che si intreccia intorno a Viareggio. «Queste persone sono classe dirigente vera», commenta a caldo il presidente della Provincia, Stefano Baccelli: «Loro che hanno trasformato dramma e tragedia personale in generosità verso gli altri». La stessa generosità dei ferrovieri che non hanno fatto mancare la propria presenza, ma anche di chi vigila lungo i binari e insiste - con l'orgoglio del proprio lavoro per lo Stato - nel pretendere sicurezza.
E così, nello spezzone istituzionale del corteo, sotto i gonfaloni e tra le autorità locali, si sono visti i volti di Alberto Chiovelli, direttore dell'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria e di Angelo Laurino, il capo dipartimento Polfer che, con la propria squadra, conduce le indagini per conto della Procura di Lucca. «Quanta gente...». Ai piedi del cavalcavia sul volto del poliziotto ci sono stupore e commozione. Ed il tanto lavoro ancora da fare da oggi ha un senso in più: quello delle risposte da dare ad una città intera. «Perchè non vi sono parole sufficienti per esprimere l'ansia di giustizia che scuote le fondamenta di questa città», dice il sindaco dal palco della stazione: «Un urlo di giustizia che non sarà mai vendetta, ma ricerca di responsabilità, perché un evento statisticamente impossibile non abbia a ripetersi ed altre madri, padri o figli non abbiano più a gridare, non importa in quale lingua o dialetto: perché? A loro dobbiamo solo poter dire: mai più».
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