Il dolore
Marco, due anni di lotta in silenzio
Claudio Vecoli
◗
Marco Piagentini all’intitolazione di una scuola ai figli Luca e Lorenzo A destra una protesta dei parenti delle vittimeUn silenzio lungo due anni per Marco Piagentini che ha perso la moglie e due bimbi ma non ha mai preso in mano un microfono. La sua è stata comunque una testimonianza forte al fianco di chi chiede giustizia per le trentadue vite spezzate a Viareggio
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Un silenzio lungo due anni. Marco Piagentini, 42 anni, nella strage ferroviaria di Viareggio, ha perso quasi tutto: la moglie Stefania, uccisa dall'esplosione mentre cercava insieme a lui di mettere in salvo dalle fiamme la famiglia; Lorenzo e Luca, i due figli più piccoli, di 2 e 4 anni.
Quella notte tremenda ha risparmiato soltanto Leonardo, nove anni appena compiuti, il figlio più grande, miracolosamente estratto quasi illeso dai vigili del fuoco dopo ore di scavi fra le macerie di una casa che non esiste più e mai più sarà ricostruita.
Ebbene, da quel 29 giugno di due anni fa - salvo un'unica intervista concessa quindici mesi fa al Corriere della Sera - in pubblico Marco Piagentini non ha mai rotto il suo silenzio. Un silenzio che è diventato una sorta di nuova corazza, dopo che la sua pelle devastata dalle fiamme è diventata così fragile da non potersi offrire per più di una manciata di minuti ai raggi del sole. Un silenzio che serve prima di tutto a proteggere il suo Leo, ma forse anche ad elaborare un lutto che per ora resta ancorato nel profondo del suo cuore. E in fondo al suo stomaco.
Chi lo conosce bene sa che prima o poi parlerà. «Di cose da dire ne ha tante, tantissime», dicono gli amici più cari. E non saranno soltanto parole di ringraziamento nei confronti delle tante persone che in tutti questi mesi gli sono stati accanto. Moralmente e materialmente. Ci saranno anche parole dure e pesanti come macigni nei confronti di chi - con le sue colpe e le sue omissioni - gli ha strappato via una parte importante della vita. E che nessuno potrà mai restituirgli.
Un silenzio comunque militante, quello di Marco. Che pur senza salire mai su un palco e senza mai prendere in mano un microfono, ha garantito con la sua presenza una testimonianza forte al fianco di chi chiede giustizia per le trentadue vite spezzate a Viareggio. Da quando - dopo le lunghe cure che lo hanno costretto a quasi sei mesi di degenza nel reparto grandi ustionati dell'ospedale di Padova - è tornato a condurre una vita quasi normale, Marco Piagentini ha partecipato a molte delle iniziative legate alla strage. Ma ha voluto combattere la sua personale battaglia dalle retrovie, lontano dai riflettori. Come quando, giusto poche settimane fa, se ne è rimasto quasi in disparte in piedi fra il pubblico all'intitolazione di una scuola cittadina a Luca e Lorenzo. E anche stasera, al corteo che attraverserà Viareggio per ricordare i due anni dalla tragedia, c'è da scommettere che non sarà nelle prime file. Anche se la sua è una delle storie-simbolo più toccanti di questa strage.
Sarebbe però un errore pensare a lui come ad un uomo che si è chiuso a riccio nel suo mondo e nel suo dolore. Adesso che anche le sue condizioni fisiche migliorano settimana dopo settimana, è tornato a fare molte delle cose che faceva prima di quel 29 giugno. Ora che vive insieme a Leonardo nella casa di famiglia fra i viali a mare e il mercato, si concede delle passeggiate in sella alla sua bicicletta, va a trovare gli amici più cari, accompagna il figlio agli allenamenti di calcio.
Gesti di una quotidianità faticosamente ritrovata. Ma anche qualche occasione straordinaria di festa. Lo scorso anno, sempre con a fianco Leo, volò a Madrid nel catino del Santiago Bernabeu per il trionfo della sua Inter in Champions. Quest'anno, nerazzurro sfegatato, si è dovuto accontentare della vittoria in Coppa Italia all'Olimpico nella finale contro il Palermo.
Piccole, grandi gioie. Come quella di aver portato lo staff al gran completo del reparto grandi ustioni dell'ospedale di Padova al Carnevale di Viareggio. Per lui, viareggino doc, è stato il premio più prezioso da fare a chi gli ha amorevolmente salvato la vita. E quel pomeriggio sulle tribune di piazza Mazzini ad ammirare i giganteschi carri di cartapesta resterà fra i ricordi più belli di questa sua seconda vita.
Presto i Piagentini avranno anche una nuova casa dove vivere, al quartiere Marco Polo. I lavori stanno finalmente per essere ultimati. Marco ha già cominciato a calarsi nella vita del suo nuovo quartiere: a maggio ha accompagnato Leonardo nella chiesa di Don Bosco per la prima confessione e giusto pochi giorni fa ha festeggiato il decimo compleanno del figlio nel centro sportivo a pochi passi dalla nuova abitazione. Lontano da via Porta Pietrasanta dove viveva prima del 29 giugno e dove non tornerà più ad abitare.
Insieme al silenzio, l'altro grande tabù che Marco Piagentini non è ancora pronto ad infrangere.
Quella notte tremenda ha risparmiato soltanto Leonardo, nove anni appena compiuti, il figlio più grande, miracolosamente estratto quasi illeso dai vigili del fuoco dopo ore di scavi fra le macerie di una casa che non esiste più e mai più sarà ricostruita.
Ebbene, da quel 29 giugno di due anni fa - salvo un'unica intervista concessa quindici mesi fa al Corriere della Sera - in pubblico Marco Piagentini non ha mai rotto il suo silenzio. Un silenzio che è diventato una sorta di nuova corazza, dopo che la sua pelle devastata dalle fiamme è diventata così fragile da non potersi offrire per più di una manciata di minuti ai raggi del sole. Un silenzio che serve prima di tutto a proteggere il suo Leo, ma forse anche ad elaborare un lutto che per ora resta ancorato nel profondo del suo cuore. E in fondo al suo stomaco.
Chi lo conosce bene sa che prima o poi parlerà. «Di cose da dire ne ha tante, tantissime», dicono gli amici più cari. E non saranno soltanto parole di ringraziamento nei confronti delle tante persone che in tutti questi mesi gli sono stati accanto. Moralmente e materialmente. Ci saranno anche parole dure e pesanti come macigni nei confronti di chi - con le sue colpe e le sue omissioni - gli ha strappato via una parte importante della vita. E che nessuno potrà mai restituirgli.
Un silenzio comunque militante, quello di Marco. Che pur senza salire mai su un palco e senza mai prendere in mano un microfono, ha garantito con la sua presenza una testimonianza forte al fianco di chi chiede giustizia per le trentadue vite spezzate a Viareggio. Da quando - dopo le lunghe cure che lo hanno costretto a quasi sei mesi di degenza nel reparto grandi ustionati dell'ospedale di Padova - è tornato a condurre una vita quasi normale, Marco Piagentini ha partecipato a molte delle iniziative legate alla strage. Ma ha voluto combattere la sua personale battaglia dalle retrovie, lontano dai riflettori. Come quando, giusto poche settimane fa, se ne è rimasto quasi in disparte in piedi fra il pubblico all'intitolazione di una scuola cittadina a Luca e Lorenzo. E anche stasera, al corteo che attraverserà Viareggio per ricordare i due anni dalla tragedia, c'è da scommettere che non sarà nelle prime file. Anche se la sua è una delle storie-simbolo più toccanti di questa strage.
Sarebbe però un errore pensare a lui come ad un uomo che si è chiuso a riccio nel suo mondo e nel suo dolore. Adesso che anche le sue condizioni fisiche migliorano settimana dopo settimana, è tornato a fare molte delle cose che faceva prima di quel 29 giugno. Ora che vive insieme a Leonardo nella casa di famiglia fra i viali a mare e il mercato, si concede delle passeggiate in sella alla sua bicicletta, va a trovare gli amici più cari, accompagna il figlio agli allenamenti di calcio.
Gesti di una quotidianità faticosamente ritrovata. Ma anche qualche occasione straordinaria di festa. Lo scorso anno, sempre con a fianco Leo, volò a Madrid nel catino del Santiago Bernabeu per il trionfo della sua Inter in Champions. Quest'anno, nerazzurro sfegatato, si è dovuto accontentare della vittoria in Coppa Italia all'Olimpico nella finale contro il Palermo.
Piccole, grandi gioie. Come quella di aver portato lo staff al gran completo del reparto grandi ustioni dell'ospedale di Padova al Carnevale di Viareggio. Per lui, viareggino doc, è stato il premio più prezioso da fare a chi gli ha amorevolmente salvato la vita. E quel pomeriggio sulle tribune di piazza Mazzini ad ammirare i giganteschi carri di cartapesta resterà fra i ricordi più belli di questa sua seconda vita.
Presto i Piagentini avranno anche una nuova casa dove vivere, al quartiere Marco Polo. I lavori stanno finalmente per essere ultimati. Marco ha già cominciato a calarsi nella vita del suo nuovo quartiere: a maggio ha accompagnato Leonardo nella chiesa di Don Bosco per la prima confessione e giusto pochi giorni fa ha festeggiato il decimo compleanno del figlio nel centro sportivo a pochi passi dalla nuova abitazione. Lontano da via Porta Pietrasanta dove viveva prima del 29 giugno e dove non tornerà più ad abitare.
Insieme al silenzio, l'altro grande tabù che Marco Piagentini non è ancora pronto ad infrangere.
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