Sicurezza
Nascosto l'agguato dell'anno prima
Claudio Vecoli
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ASSASSINATO DAVANTI CASA. Lauto di Stefano Romanini dove limprenditore camaiorese è stato colpito a morte l8 febbraio scorso L'auto di Romanini (con lui a bordo) crivellata di colpi già nel marzo 2010
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CAMAIORE. Un anno prima dell'esecuzione davanti alla sua casa di via Battisti nella quale fu assassinato a colpi di pistola, qualcuno trivellò di colpi la macchina di Stefano Romanini. E non fu un «semplice» avvertimento, come trapelato qualche giorno dopo il delitto dell'8 febbraio scorso. Ma fu a tutti gli effetti un tentativo di omicidio, perché dentro quella macchina c'era proprio Stefano Romanini, che riuscì a salvarsi per miracolo da quel primo agguato. Sarebbe questo il «segreto» tenuto nascosto dai tre carabinieri di Camaiore - il comandante della stazione, maresciallo Ciro Ionta, il brigadiere Gianluca Martignetti e l'appuntato in pensione Ennio Iardella - nel corso delle indagini della polizia per scoprire esecutore e mandanti del delitto che lo scorso febbraio insanguinò le strade di Camaiore. Un episodio di cui almeno nei giorni immediatamente successivi all'uccisione di Romanini i tre carabinieri non fecero parola con nessuno. Ostacolando - secondo i magistrati che hanno seguito l'inchiesta ed ordinato gli arresti dei tre militari - le indagini della Procura. Quella che si sarebbe rivelata come una sorta di «prova generale» dell'esecuzione dell'8 febbraio scorso, risale a poco meno di un anno prima dell'omicidio. Fra marzo ed aprile, infatti, qualcuno (forse lo stesso killer, quasi certamente gli stessi mandanti) cercò di uccidere l'imprenditore edile camaiorese. Ed utilizzò un modus operandi simile a quello adottato poi per l'omicidio vero e proprio dell'anno successivo. Armato anche in questo caso di pistola, il sicario sparò una serie di colpi alla macchina su cui si trovava a bordo Stefano Romanini. Ma mentre la carrozzeria fu letteralmente crivellata dai proiettili, nessun colpo raggiunse Romanini che riuscì così a salvarsi. Secondo quanto emerso successivamente, quell'episodio - mai denunciato dalla vittima - viene rivelato dal cugino di Stefano Romanini nel luglio 2010. Questi - accompagnato dall'ex appuntato Ennio Iardella, in pensione dal gennaio 2010 - si presenta alla stazione dei carabinieri di Camaiore, chiede di poter parlare con il maresciallo Ionta e gli racconta che Stefano Romanini lo ha truffato di 250mila euro e che per una questione di soldi si è rivolto a degli strozzini che - secondo il racconto del cugino - lo vorrebbero punire. Nella ricostruzione fatta ai carabinieri spunta anche l'episodio della macchina crivellata di colpi di cui il cugino possiede anche le foto. Il maresciallo chiede al brigadiere Martignetti di fare degli accertamenti e questi va da Stefano Romanini e gli chiede se è stato davvero vittima dell'attentato. Una circostanza, questa, che viene confermata da quanto scritto dal Romanini nel diario che la polizia sequestra in casa sua dopo l'omicidio. Diario dove per altro la vittima scrive di temere di essere ucciso proprio dal cugino. Una figura che compare spesso nelle indagini, quella del cugino di Stefano Romanini. Tanto che nell'ordinanza di custodia cautelare emessa per i tre carabinieri - dove si scrive anche che «le indagini svolte non hanno consentito di identificare l'autore materiale, i mandanti dell'omicidio e di fare piena luce sui moventi del delitto» - si legge che gli inquirenti sospettano «fortemente che il mandante possa essere un cugino della vittima» (il quale però non risulta essere mai stato ufficialmente indagato). Il cugino di Romanini sarebbe poi in buoni rapporti con alcuni carabinieri della stazione di Camaiore. L'ex appuntato Iardella lo avrebbe utilizzato come confidente. E, come si evince dall'ordinanza di custodia cautelare, lui stesso lo avrebbe informato delle indagini sul suo conto per un episodio relativo ad una frana avvenuta a Mirteto, in provincia di Massa. Il nome dell'ex appuntato Iardella viene fatto proprio dal brigadiere Martignetti ad un collega della polizia: Iardella sarebbe a conoscenza di alcune circostanze che non rivelerebbe perché il cugino sarebbe in grado di ricattarlo con «registrazioni compromettenti» e sempre Iardella lascia intendere che i sospetti su quanto accaduto ricadrebbero su un cittadino rumeno dipendente della ditta del cugino della vittima. Durante una intercettazione telefonica, poi, il maresciallo Ionta viene sorpreso al telefono con il brigadiere Martignetti poco prima che questi venga ascoltato in questura: «Mi raccomando di non parlare con nessuno». Da qui nascerebbero dunque i guai giudiziari per i tre carabinieri. Secondo gli inquirenti, infatti, i militari hanno volontariamente taciuto di quell'incontro in caserma con il cugino della vittima senza farne cenno «ai superiori gerarchici, alla polizia e al pubblico ministero» se non a distanza di tre mesi dall'omicidio «e soltanto perché interpellati». Non solo. Il magistrato giudica «reticenti e altalenanti» anche alcune «relazioni di servizio di contenuto diverso» fatte ai loro ufficiali.
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