Il Tirreno

Versilia

Joubert e il corrimano "scomparso"

Luca Cinotti
<b>YACHT.</b> A sinistra il Romanza mentre incrocia nelle azque di Amalfi
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YACHT. A sinistra il Romanza mentre incrocia nelle azque di Amalfi

Teste della difesa: «Non fu tolto dalle ditte che lavoravano». Da lì cadde il giovane marinaio

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 VIAREGGIO. Il testimone porge una foto al giudice: «Questa è la barca il giorno del varo: come vede a prua, dove è caduto il ragazzo, c'era un corrimano. Che poi, durante i lavori fu tolto. E non da una delle ditte che lì lavoravano». La barca è il Romanza, il ragazzo è Joubert Thomson.  A parlare, di fronte al giudice monocratico Gerardo Boragine è l'ingegner Giovanni Mei, all'epoca (primavera 2007) direttore di produzione Azimut-Benetti. Mei è stato chiamato come teste di Riccardo Carloni, legale del dipendente Azimut Bartolomeo Giangrasso (gli altri imputati sono il capitano James Verity e Attilio Fornile e Mohammed Sai, titolare e operaio della ditta di ponteggi): e, nel suo lungo esame, ha messo in luce un paio di punti anomali di quanto accaduto intorno al lussuoso 45 metri.  La linea della difesa di Giangrasso, infatti, è di puntare il dito su una "promiscuità" fra le ditte che lavoravano sulla barca e l'equipaggio. Che, contrariamente a quanto avveniva di solito, era rimasto a bordo: «La regola di Benetti era che l'equipaggio sbarcasse. Ma in quel caso lo scafo era stato tirato in secca alla Polo Nautico, perché non avevano un'area libera nel nostro stabilimento». Vista la situazione, l'armatore (una società di charter) decise di non far sbarcare l'equipaggio, che, anzi, aveva il compito di controllare la barca 24 ore su 24. Una possibile spiegazione del comportamento l'ha fornita Mei: «All'interno erano contenuti oggetti di grande valore. Ricordo che il ponteggio fu chiuso con un cancello, del quale solo l'equipaggio aveva la chiave. E noi non potevamo eseguire alcuna attività senza averla concordata prima con loro».  Una convivenza che - si è capito - non sarebbe stata delle più facili. E proprio questa commistione potrebbe essere stata alla base della tragedia. Perché un punto sembra ormai essere stato acquisito, pacificamente, dall'istruttoria: Joubert cadde mentre stava sistemando un telo di nylon, probabilmente per protezione. E questo nonostante il fatto che - ha ribadito Giangrasso - «l'equipaggio non dovesse eseguire alcuna attività, al di là della piccola manutenzione».  La caduta del giovane marinaio sudafricano, però, sarebbe stata "agevolata" anche da un altro fattore, per l'appunto quello del corrimano. Che si trovava esattamente nella zona dell'incidente: una zona che, ha spiegato il teste, non doveva essere interessata da alcun lavoro di manutenzione. «Il corrimano in acciaio c'era al varo e c'era anche quando fu montato il ponteggio - ha spiegato Mei -. Perché fu levato? Posso dire che nessuna ditta aveva fra i suoi scopi la rimozione dei corrimano. E che l'equipaggio, molto frequentemente, lo pulisce e lo lucida».  Durante il controesame del Pm (che dovrà essere completato nell'udienza del 5 ottobre), Mei ha comunque ammesso che a firmare il piano di coordinamento fra i lavori delle diverse ditte (in tutto 13) fu proprio Giangrasso, che si appoggiava ad altri due tecnici che dipendevano da lui.

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