La manifestazione
Marmo, è fallita la Landi Giocondo
Luca Cinotti
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ENTRATA. Lingresso dellarea di Pozzi La decisione del giudice dopo la contestata vendita di Cava Faniello
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SERAVEZZA. La sentenza del giudice fallimentare è dello scorso 27 maggio, lunedì è stata la volta della "pubblicazione" che mette fine alla storia della Landi Giocondo: l'azienda di lavorazione del marmo, una delle più note di tutta l'Alta Versilia, è ufficialmente fallita. Un destino comune a tante aziende (anche nel settore del lapideo), ma che nel caso della Landi Giocondo si complica: perché su quanto avvenuto prima del fallimento c'è un'inchiesta della procura per bancarotta fraudolente (con tanto di sequestro di una cava) e perché, risalendo ancora più indietro, il precipitare degli eventi di queste settimane era "annunciato" da una spaccatura nella famiglia Landi. Il fallimento. Il fallimento della Landi Giocondo (che formalmente ha sede in provincia di Catanzaro) è arrivato a seguito dall'istanza di un creditore dopo la vendita del ramo d'azienda della cava Faniello. È bene precisare che il provvedimento non riguarda la "Landi Group", società alla quale sono stati dati in affitto i capannoni in via Tognocchi a Pozzi, quelli dove nel 2005 trovò la morte l'operaio Riccardo Bertelli, in un incidente che tanto ha fatto parlare tutta la Versilia. E, nel processo che seguì quell'incidente, proprio l'intreccio fra le varie società dei Landi occupò buona parte dell'istruttoria davanti al giudice Gerardo Boragine. La vendita della cava. Il passo precedente alla sentenza di fine maggio, come accennato, è stata la vendita della "Cava Faniello", nella parte più alta della valle di Arni. Un passaggio di mano che è finito anche sul tavolo della Procura della Repubblica di Lucca, che indaga per bancarotta fraudolenta: l'attenzione dei giudici è puntata soprattutto sul fatto che a vendere il ramo d'azienda che ha in testa la concessione sia stata una società (la Landi Giocondo) che aveva nell'agosto 2010 come amministratore unico Maurizio Landi, padre di Cristiano, amministratore unico della Tre Elle, l'azienda che ha rilevato la cava. Per la Procura (che ha agito su un esposto del socio Claudio Landi), infatti, questo sarebbe stato solo un tentativo di "distrarre" un bene pregiato dal patrimonio di una società in grave difficoltà, probabilmente già diretta al fallimento. A corroborare la visione dell'accusa anche il prezzo di cessione, ritenuto troppo basso. Si parla, infatti, di 600.100 euro: solo 44.200, però, vennero dati con 12 assegni. Il resto è stato suddiviso in accollo di debiti, in compensazioni di crediti e in 36 rate. A seguito di questo la cava Faniello è stata sequestrata una prima volta a maggio. Provvedimento al seguito del quale ne è arrivato un secondo, stimolato ancora da Landi, che aveva fatto presente come nella cava si stesse ancora lavorando (anche se gran parte dei dipendenti era stata "sostituita"). La guerra interna. Era da tempo, comunque, che la guerra fra Maurizio e Cristiano Landi da una parte e Claudio Landi dall'altra, aveva minato le basi della società. Una spaccatura cristallizzata in un verbale di assemblea del 18 maggio del 2010, quando la "cordata" di Claudio Landi votò contro (perdendo) la proposta di nominare amministratore unico Maurizio Landi. Di più. In quell'occasione emerse, infatti, che era "andato buca" il tentativo di vendere lo stabilimento "al piano". Di fronte al notaio, infatti, emerse che c'erano numerose irregolarità, a partire dai condoni per finire con il "certificato energetico" e con il pagamento della Tarsu. A seguito di tutti questi problemi, Maurizio Landi decise di proseguire vendendo l'altro ramo, quello della cava. Un passo non andato giù a Claudio Landi, che fece mettere a verbale questa frase: «Ove dai comportamenti sopra elencati (mancata vendita immobiliare e consequenziali) derivi un qualsiasi danno alla società e quindi ai soci fidejussori, mi riservo qualsiasi azione legale civile e penale». Esattamente quanto sarebbe avvenuto meno di un anno più tardi.
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