Il Tirreno

Versilia

«15 anni di lotte contro il dolore e la burocrazia»

Giuliano Rebechi
«15 anni di lotte contro il dolore e la burocrazia»

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Il 9 giugno 1996 una festa, la prima comunione di Alessio, nove anni; l'indomani il compleanno della moglie Valeria e l'anniversario di matrimonio, un'altra festa; poi, il 19 di quello stesso mese, d'improvviso il buio. Muoiono il piccolo Alessio e la mamma, l'alluvione si porta via altri quattro familiari di Eugenio Ricci: i suoceri, la cognata e la sorella di lei. Oggi, a distanza di tre lustri da quella tragedia, ad Eugenio, pensionato sessantaquattrenne, restano il figlio Andrea di 36 anni e tre nipotini, l'anziana madre e un fratello. E tanta amarezza, oltre l'immane vuoto di chi non c'è più.  Quale croce ti sei portato addosso in tutti questi anni?  «Quella di una lotta impari contro un potere invisibile e immenso che mi ha fatto sentire un po' don Chisciotte e un po' Davide che sfida Golia».  Parole amare le tue...  «... dettate, innanzitutto, da quanto accadde quel 19 giugno quando all'una del pomeriggio tutto sarebbe stato sotto controllo e dopo quaranta minuti nulla era più sotto controllo. In realtà non ci fu nessuna vera prevenzione e l'organizzazione dello Stato fu sostanzialmente assente. Ma questo era solo l'inizio. Dopo la tragedia mi sono trovato, e in parte mi trovo tuttora, in mezzo a situazioni a dir poco assurde».  Come dire: dopo il danno la beffa.  «Il fatto, per esempio, di avere avuto per tre anni sullo stato di famiglia mia moglie, perché non essendone mai stato ritrovato il corpo per la legge lei era viva. Ho dovuto intraprendere una battaglia legale per accorciare i tempi, lunghissimi, della morte presunta, cercarmi l'avvocato, coinvolgere istituzioni, protezione civile, tentare di far modificare le normative tramite parlamentari che non sempre mi hanno ascoltato mentre le crisi di governo si succedevano e ogni volta facevano ripartire daccapo l'iter della proposta di legge. Un girone infernale. Intanto tutti gli atti burocratici che normalmente riguardano una famiglia erano bloccati. Poi finalmente, nel 1999, il tribunale di Lucca è andato a sentenza. Quello stesso tribunale che in precedenza aveva disposto che le inserzioni sui quotidiani per la morte presunta di Valeria avrei dovuto pagarmele, per oltre 10 milioni delle vecchie lire. A cui si aggiungevano le spese per la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale e per l'avvocato. Ma, sia chiaro, non ne faccio una questione di soldi bensì di giustizia. E quello che ho fatto l'ho voluto fare non solo per me ma perché potesse servire a chiunque si fosse venuto a trovare nella mia situazione. Proprio per questo mi sono prodigato perché fossero presentate in parlamento, nel'99 e nel 2007, proposte di legge per fissare nuovi criteri sulla scomparsa di persone nelle calamità naturali».  Però anche i risarcimenti contano sebbene non restituiscano gli affetti perduti.  «Contano, ripeto, al di là del valore del denaro, come nel caso esemplare dell'Inail che non ha riconosciuto che mia moglie quella mattina a Cardoso era andata, come sempre, per lavorare. Aveva portato nostro figlio dai nonni che abitavano a poche decine di metri dall'azienda in cui lei era occupata. Ebbene, anche in questo caso ho dovuto ricorrere ai giudici che in primo grado mi hanno dato ragione: era un incidente legato a motivi di lavoro. Pertanto avevamo diritto al risarcimento. Ma l'Inail ha fatto ricorso e l'ha vinto. Così ho dovuto restituire le somme percepite. Ad oggi sono in attesa della sentenza della Cassazione. Dopo 15 anni. E chissà quanti ne passeranno ancora!».  Per far sapere all'opinione pubblica questa assurda storia sei andato molte volte in tv.  «Voglio chiarire che non l'ho fatto per protagonismo ma, anche in questo caso, perché certe cose potessero non accadere più ad altre persone sfortunate come me. E così sono andato a trasmissioni importanti come Moby Dick, La vita in diretta, Cara Giovanna, condotte da giornalisti come Santoro, Cucuzza, Cecchi Paone, sulle reti Rai e Mediaset».  Dunque su quanto è accaduto durante e dopo quel 19 giugno ci sono ombre.  «Ce ne sono e si proiettano sinistre sugli anniversari e sulle cerimonie che si ripetono puntuali e che ho sempre cercato di evitare. Un solo esempio, anzi una domanda: perché i lavori di messa in sicurezza del territorio, il famoso "modello Versilia", li hanno realizzati dopo tutti quei morti e non prima? Ecco un altro pensiero che mi amareggia e non mi fa dormire».  C'è qualcosa di positivo accaduto in tutti questi anni?  «Sì, alcune cose in particolare, legate a mio figlio e a mia moglie che ho perduti con l'alluvione. L'intitolazione ad Alessio della scuola elementare che frequentava al Pollino, nel comune di Pietrasanta, dove abitavamo. Un fatto raro in Italia che una scuola pubblica venga intitolata alla memoria di un bambino. Un fatto che, pur in mezzo a tanta tristezza, mi riempie di orgoglio, perché so che così Alessio sarà ricordato per sempre. E a ciò, sono certo, contribuiranno le decisioni del Comune di Stazzema di intitolare il campo di calcio di Retignano a lui e a Giulia (l'altra bambina scomparsa nell'alluvione ndr) e del Viola Club Versilia 2000 che ora porta il nome di Alessio. Poi c'è la targa che oggi si trova nell'edificio scolastico che ospitò il comitato operativo misto nei giorni dell'emergenza, al Marzocchino, nel comune di Seravezza e dove ogni anno si svolge la cerimonia di commemorazione. È una targa con sopra scritto il nome di Valeria ma che parla di tutti i morti e dei lutti che portò con sé quella tragedia. L'ha messa il sindaco Neri alcuni anni fa accogliendo con grande sensibilità un mio desiderio».  Quale?  «Di avere finalmente un posto dove il 19 giugno poter portare un fiore a Valeria. Il mio bimbo vado al cimitero a trovarlo, ma Valeria, mai ritrovata, dove dovrei andare a trovarla?».  

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