Il Tirreno

Versilia

I cento anni del papà della Capannina

Franco A. Calotti
I cento anni del papà della Capannina

Nevio Franceschi nacque nel 1911: le cerimonie per ricordarlo

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 FORTE. Avrebbe compiuto ieri i suoi cent'anni. Parliamo di Nevio Franceschi, classe 1911, che per ben cinque lustri, resse le sortì della Capannina, tempio, unico e inimitabile, delle notti versiliesi. «Un centenario che non passerà in silenzio» spiegano Vasco e Achille Franceschi che assieme ad alcuni amici fortemarmini stanno predisponendo per fine giugno una serie di iniziative a ricordo dell'illustre personaggio. E intanto domani mattina, nella Chiesa di Sant'Ermete, alle 10, gli sarà celebrata una messa in suffragio. "La sua vita è un lungo racconto di Céline, corretto da un Salgari nostrano, con un tocco di D'Annunzio": la definizione è dello scrittore Pier Francesco Listri che intervistò Nevio Franceschi quando ai primi anni Settanta cedette la sua Capannina, e dà la misura esatta di quanto personaggio fosse. Dopo una gioventù brillante e avventurosa «prese il timone della Capannina nel 1939, alla morte del padre Achille - come scrive nel suo Almanacco, lo storico e in questi casi anche testimone oculare, Giorgio Giannelli - e per trentacinque anni ne è stato l'anima e il despota. Riaperta La Capannina subito dopo la liberazione dette al locale una dimensione planetaria, sognando il casinò e un campo da golf. Grande amico di Gianni Agnelli, - prosegue Giannelli - tra i suoi clienti Pirelli, Marzotto, Barilla, Pesenti, Rizzoli, eredi dei grandi imprenditori presenti al tempo di suo padre. Ha portato sulla scena artisti come Bruno Quirinetta, Charles Trenet, Gilbert Becaud, i Platters, Maurice Chevalier, Ray Sugar Robinson, Armando Trovaioli, Nini Rosso, Paul Anka, Edith Piaf». Padrone delle notti versiliesi, quando scomparve, nel 1976, sempre Giannelli, affiancandolo nel paragone ad un altro grande organizzatore delle notti della Versilia, scrisse che «Nevio era Bartali, Sergio Bernardini era Coppi: due stili diversi». E non a caso, ai primi anni Settanta, quando Nevio lasciò la Capannina per problemi finanziari, decise di farlo a modo suo: «Strano che quest'uomo - scrisse Listri - che aveva il numero privato di ministri e direttori generali, che dava del tu a industriali e banchieri, che andava a caccia ospite di William Holden e mandava le posate d'argento a villa Agnelli quando gli ospiti erano più del previsto non abbia trovato da risolvere il problema della Capannina, cioè di casa sua».  Ma era fatto così: «Sono uscito dalla Capannina con duecento paia di pantaloni, trecento camicie, un cane lupo e un patino da corsa». E a chi gli chiedeva conto delle sue memorie replicava: «Ho impedito persino alla televisione di mettere piede in vent'anni nel mio locale, ho spaccato il telefono tanto tempo fa per conservare l'intimità degli ospiti. Dovrei tradirli vivi o morti che siano, spiattellando adesso ogni cosa?». In anni in cui politici e imprenditori non vedono l'ora di farsi fotografare a fianco di tanti vip (più presunti che tali), si capisce bene perché Nevio Franceschi fu davvero un inimitabile maestro.

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