Il dolore
In pericolo il rifugio di Fermi e Pontecorvo
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A fianco lex passo della Focolaccia nella foto inviateci dal membro Cai Sotto Enrico Fermi L'allarme per il bivacco Aronte mentre il passo della Focolaccia non esiste più
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VERSILIA. «Noi che abitiamo in Versilia abbiamo la fortuna di avere a disposizione un territorio unico nel suo genere, forse nel mondo, una terra che in pochi chilometri passa dal mare - splendido - a vette e creste che nulla hanno da invidiare alla Alpi, se non l'altezza. Ebbene, queste nostre Apuane, e non è certo una notizia di ora, rischiano moltissimo». Così inizia una lunga lettera che ci ha inviato Fernando Lazzerini, che si firma come socio del CAI di Viareggio dall'ormai lontano 1989. «Alcuni giorni addietro - racconta Lazzerini - ho fatto un'escursione tra il passo della Focolaccia e la valle di Orto di Donna, due tra gli ambienti più caratteristici delle Apuane: Un disastro! Il passo della Focolaccia non esiste più, al suo posto uno scavo enorme, alto quanto un palazzo di cinque piani, che lambisce il bivacco Aronte, antico rifugio (anno 1902) della Sez. Ligure del C.a.i., testimone di numerosissime ascensioni. «Qui, per la cronaca, hanno pernottato illustri personaggi come Enrico Fermi e Bruno Pontecorvo prima di effettuare le ascensioni alle vette intorno, fra cui il monte Cavallo, montagna di rara bellezza, apprezzatissima dagli escursionisti esperti. Sempre dall'(ex) passo della Focolaccia poi parte una strada che ne sale sopra verso il monte Tambura e questa cava ha poi creato un ravaneto ad est che ha distrutto arbusti e un tratto di bosco per circa 300 metri. «Andando poi verso Orto di Donna si passa addirittura ad un senso di sgomento: una ditta divora pezzi di montagna asportando ogni giorno tonnellate di minutaglie di marmo che vengono trasportate ad un vicino impianto di frantumazione, nella zona di Gorfigliano. «E' il gran business del carbonato di calcio, utilizzato in molti campi economici (paste dentifricie, ciottolame per giardini, cibi per animali, etc.), con enormi ricarichi a favore delle imprese estrattive (meglio dire, almeno in questo caso, distruttive) ma incalcolabili ed irrimediabili danni all'ambiente ed alle persone: montagne cancellate dal territorio, marmettola che con la pioggia filtra nel sottosuolo danneggiando irreparabilmente la ricchissima falda freatica, si espande, invade sentieri, procurando enormi danni alle strutture turistico-ricettive del territorio. «Tutto questo accade in un meraviglioso territorio, gran parte del quale è sito nel Parco Regionale delle Alpi Apuane, organismo deputato alla sua tutela ed al suo sviluppo economico-sociale. «Perché i signori delle cave - scrive il membro del club alpino - non rispettano l'ambiente come invece fanno le aziende che operano in altri settori? «Gli interessi economici ed i posti di lavoro possono essere, anzi debbono essere protetti, ma non a completo discapito dell'ambiente, quindi in danno di noi tutti. Se vengono adottati provvedimenti a carico di locali commerciali che non rispettano le norme vigenti, perché le stesse regole non si fanno valere nei confronti degli industriali del marmo gravemente inadempienti verso le norme a presidio dell'ambiente? «È necessario trovare l'equilibrio compatibile per continuare ad estrarre marmo in modo selvaggio, evitando di spianare intere montagne e di prosciugare sorgenti d'acqua, senza lo sconcio della marmettola. «Tutelando l'ambiente - conclude la lettera di Lazzerini con un appello accorato sul futuro dei nostri mondi - è possibile mantenere i livelli occupazionali del settore lapideo ed è altrettanto possibile sviluppare le occasioni di lavoro nel settore turistico-ricettivo del territorio apuano». P.L.
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