Finanza
Sanità. «Gli infermieri facevano i loro comodi mentre lei peggiorava»
«Ignorata mentre moriva»
Matteo Tuccini
◗
OSPEDALE. Il Versilia a Lido di Camaiore Protesta la figlia di una paziente deceduta in ospedale
2 MINUTI DI LETTURA
VIAREGGIO. Questa non è una storia di malasanità. Qui non c'entrano diagnosi errate, né tempi d'attesa che hanno causato peggioramenti di salute. Questa è la storia di una donna che ha perso sua madre. E che sostiene che quella notte in ospedale, l'ultima, il trattamento riservato a una persona in fin di vita non è stato degno. Che cosa significa quell'aggettivo, "degno"? Significa ricevere attenzione da parte del personale infermieristico, spiega Nicoletta Tesconi. E significa «avere notizia che mia madre non ce l'avrebbe fatta quella notte, in modo da poter decidere di riportarla a casa e farla morire lì come avrebbe voluto lei». «Ignorata troppe volte». Sono le 23 circa del 25 aprile scorso. Nicoletta chiama la guardia medica. Mamma Dina non sta bene, è disidratata. La donna, 75 anni, ha un tumore e altre patologie. «Secondo la guardia medica - afferma Nicoletta - c'erano i parametri vitali. Ci ha consigliato di andare al pronto soccorso per sicurezza. E così abbiamo fatto. Siamo arrivati all'ospedale intorno alle 23,30, la mamma accusava forti dolori all'addome. Le hanno fatto 2 o 3 prelievi di sangue». Poi arriva il medico del pronto soccorso. «La visita è stata fatta intorno all'1,15 - dice Nicoletta Tesconi - Il medico tocca l'addome di mia madre e ordina di fare un'ecografia. Le danno anche un antidolorifico. Ma il dolore aumenta sempre più e a un tratto noto che la mamma ha i piedi neri. Chiamo più volte le infermiere, ma stanno giocando a una sorta di passatempo al computer. A un certo punto, credo fossero le 4, le tolgo io il telo di plastica con cui l'avevano avvolta per portarla all'ospedale, e che aveva un odore tremendo. Il suo addome era praticamente nero». Alle 5,30, dopo il responso degli esami, arriva il ricovero nel reparto di gastroenterologia. «La dottoressa di turno mi chiede che farmaci usiamo - dice Nicoletta - nel frattempo, la mamma continua a peggiorare. A un tratto noto che l'occhio è vitreo. Suono ossessivamente il campanello, nessun infermiere arriva. Alle 8,15, quasi tre ore dopo il ricovero, un infermiere, credo del turno della mattina, entra in stanza e comincia a chiamare gli altri con energia. Ma non c'è più nulla da fare». «Più umanità». Nicoletta ribadisce di non voler fare una "sparata". «Capisco le difficoltà dei sanitari - dice - e so che le attenzioni non avrebbero salvato la vita di mia madre. Ma è una questione di umanità. E di comprensione. Anche perché, ripeto, se avessi saputo che mamma non ce l'avrebbe fatta avrei agito di conseguenza».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
