Il Tirreno

Versilia


Sette stabilimenti balneari a giudizio per truffa

Luca Cinotti
Sette stabilimenti balneari a giudizio per truffa

Sette fra bagni e ristoranti sul mare, e non è che la prima tranche: tutti accusati di falso e truffa per la costruzione delle case di guardianaggio fra 2006 e 2007.

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MARINA. Sette fra bagni e ristoranti sul mare, e non è che la prima tranche: tutti accusati di falso e truffa per la costruzione delle case di guardianaggio fra 2006 e 2007.
Una storia che - anche senza il macigno rappresentato dalla direttiva Bolkestein - rischia di diventare un vero e proprio incubo per decine di stabilimenti balneari da Torre del Lago a Forte dei Marmi. Che - secondo la ricostruzione della Procura - con l'etichetta di facile rimozione appiccicata alle case di guardianaggio, avrebbero risparmiato sul canone (da qui l'"ingiusto profitto" che concretizzerebbe il reato di truffa) e, a fine concessione, si sarebbero "risparmiati" l'incameramento della struttura allo stato.

Davanti al giudice monocratico Gerardo Boragine sono finiti legali rappresentanti e tecnici di sette fra bagni e ristoranti: si tratta di Anna Perla Lorenzoni e Marco Barattini (bagno Versiliana Beach), Giuliano Francesconi e Mauro Lari (bagno Magico Mare), Elisabetta Bianchini e Paolo Bonfanti (bagno Internazionale), Renzo Tofani e Duilio Cei (bagno Leda), Ugo Davini e Lando Gambogi (quest'ultimo nel frattempo deceduto, bagno Europa), Michelina Farnocchia, Sandro Parducci, Stefano Pucci e Bruno Betti (bagno Ilva di Lido) ed Elisabetta Bianchini e Paolo Bonfani (bar-ristorante Marilena a Lido). I processi sono tutti separati, anche se molti testi sono in comune: per questo, ieri mattina, è stata sviscerata soprattutto la vicenda del Versiliana Beach, mentre per gli altri processi gran parte del materiale è stato acquisito senza chiamare i testimoni a deporre.

Secondo quanto raccontato dal Maresciallo Emilio Di Fazio, tutto nacque da un esposto del bagno Cristallo, uno dei primi incamerati dallo Stato a fine concessione (insieme a Principe di Piemonte, Cavalluccio e Bussola), sul base del quale la capitaneria indagò su tutti gli stabilimenti che stavano costruendo una casa di guardianaggio. Scoprendo - nel caso del Versiliana Beach - che l'edificio, considerato nella dichiarazione del tecnico "di facile rimozione", poggiava su un piano interrato in cemento armato dal quale partivano travi in acciaio a doppia T: e all'interno delle pareti e dei pavimenti c'erano tutti i cavi dei servizi necessari a un'abitazione o a un'attività commerciale. Abbastanza perché il consulente della procura, Valerio Cutini, considerasse queste strutture di difficile rimozione, «se non attraverso la demolizione».

La difesa.
Una ricostruzione che non ha convinto per nulla l'avvocato Riccardo Carloni. Che ha rimarcato come, sulla materia, ci sia una stratificazioni di circolari. Come quella del 1966, che allarga la categoria della "facile rimozione" anche alle strutture di "facile demolizione". Oppure quella che molti anni più tardi, nel 2001, faceva ricadere nella categoria i "prefabbricati su strutture in cemento armato". Una previsione che può sembrare (e forse lo è) un escamotage ma che, di fatto, può permettere alle difese di segnare un punto in questa serie di processi che continuerà il 7 ottobre.
Molto probabilmente, però, la vicenda non si concluderà con questi sette dibattimenti: i controlli riguardarono decine di bagni, dei quali una manciata è già stata rimandata a giudizio.

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