Sicurezza
La nostra vita a fianco degli spacciatori
Matteo Tuccini
Tra i chioschi della Pineta, dove regna la paura: «Siamo ostaggi, qua comandano loro»
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VIAREGGIO. La paura significa non sentirsi più sicuri neanche quando si parla. «Non usi il mio nome, per favore. E non indichi. Non ne possiamo più, ci sentiamo ostaggio degli spacciatori. Ma abbiamo terrore delle ritorsioni». È questo il ritornello di chi lavora nei chioschi, vivendo ogni giorno la pineta di Ponente, e pure di chi vorrebbe trascorrervi qualche ora di svago. Persone esasperate dai ritmi del supermarket della droga. Come nel film Clockers di Spike Lee, sembra che qui la gente perbene sia sul punto di mollare la battaglia contro chi vende la "roba" nel quartiere. «Una volta - racconta il titolare di un noleggio bici - uno di "loro" si è accorto che stavo guardando qualcosa che non dovevo. E mi ha detto: "Ti sparo"». È vero, quelli che spacciano coca, hashish e marijuana preferiscono la quiete per lavorare, e - in teoria - non è loro interesse dar fastidio agli estranei, soprattutto quelli dei chioschi. Ma ogni giorno si fanno sempre più minacciosi. E quando gira male arrivano a litigarsi i clienti. A colpi di bottiglia o di coltello. Come è successo - secondo le testimonianze di chi ha assistito alla scena - lunedì sera dalla parte di via Fratti, all'altezza del Conad, quando un marocchino è uscito urlando dalla pineta con una mano sanguinante, accusando un connazionale di averlo assalito. E le forze dell'ordine sono state costrette all'ennesimo intervento. Quasi una routine da queste parti. «Lunedì c'era grande agitazione - racconta la titolare di un chiosco - c'erano un sacco di ragazzini dai 12 ai 14 anni, che vengono qui a comprare la roba con le loro bici, in attesa di essere "serviti". Scene ordinarie, che forse i tanti genitori che stanno là fuori non vogliono accettare». La pineta è un supermarket, aperto quasi 24 ore su 24: sbaglia chi dice che il territorio è off limits di sera per chi non ha strane intenzioni. Perché ogni giorno, quasi ad ogni ora, a partire dalle 14, il giro d'affari trova acquirenti. Quindici, venti clienti in un'ora. Con picchi nel fine settimana, quando i ragazzi che vanno a ballare si fanno più esigenti. Eppure c'è anche chi non si rassegna. E chiede aiuto, perché vorrebbe rivedere la pineta com'era un tempo. «Capiamo tutto - dicono ai chioschi - persino il sindaco Luca Lunardini che si incontra con noi commercianti e non può far altro che promettere di fare il possibile per avere più controlli. Capiamo polizia e carabinieri che devono fare mille cose. Ma venire ogni tanto a fare un po' di chiasso ed arrestare qualcuno non è sufficiente. Questo è un punto critico della città, qui vengono ad avvelenarsi i nostri figli. E non è vero che si tratta di pochi immigrati disperati che vendono la droga. Qui ci sono italiani che gestiscono il giro, c'è un ricambio continuo dopo gli arresti che presuppone una regìa. Bisognerebbe agire in profondità, senza dare tregua ai criminali». Da alcune parti si invoca un nuovo blitz, come quello dei carabinieri di quasi due anni fa, che faccia pulizia. Ma la sensazione è che dietro le richieste sempre più pressanti del pugno duro ci sia ancora quella voglia di non lasciarla vinta alla droga. Tanto che una signora non più giovane commenta amara: «Ma perché continuano a comprarla?».
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