Il Tirreno

Versilia

«Grazie al Tirreno mi sento come avessi di nuovo mio padre»

Matteo Tuccini
<b>VITTIME.</b> Internati in un lager nazista
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VITTIME. Internati in un lager nazista

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 VIAREGGIO. «Mi sento come se avessi di nuovo un padre. Anzi, come se lo avessi per la prima volta dopo oltre 60 anni». L'emozione è forte, ma il tono della voce resta fermo e posato. Maria Bernacchi ha saputo, finalmente, dove riposa il papà Giovanni, deportato dopo l'8 settembre in un campo di lavoro in Germania e morto durante la guerra. Un luogo a lei sconosciuto fino a pochi giorni fa: Bielany, quartiere a nord della capitale polacca Varsavia.  Là c'è un cimitero militare con oltre 2mila tombe di nostri connazionali caduti nelle due guerre mondiali. «Il mio dispiacere - dice Maria - è che per tutto questo tempo è rimasto là da solo». «Lo riportiamo a casa». Maria, commerciante assai nota in città - gestisce assieme al marito Giuliano Lippi un negozio di lampadari in via Maroncelli - sapeva qual era stato il crudele destino del padre. A raccontarlo a sua madre, che poi lo aveva spiegato con tutte le cautele a lei e a sua sorella, era stato il cappellano militare del campo di lavoro di Torun, dove Giovanni Bernacchi è morto a nemmeno 30 anni.  Quello che ha scoperto grazie al Tirreno è che esiste una tomba dove piangerlo. Non solo: c'è la possibilità di riportarlo a casa. Il nostro giornale, infatti, ha ricevuto dall'Associazione famiglie dei caduti e dispersi in guerra l'elenco dei militari versiliesi deportati dai nazisti e morti nei territori del Reich durante il secondo conflitto mondiale. E con una rapida ricerca su Internet (sul sito del ministero della Difesa) abbiamo collegato i nomi ai cimiteri dove sono stati tumulati, in Germania, Austria e Polonia. Purtroppo all'insaputa dei loro cari, che in tutti questi anni non hanno mai ricevuto alcuna comunicazione dallo Stato. Grazie a queste informazioni, però, i parenti potranno chiedere il rimpatrio delle salme. Ed è quello che farà anche Maria: «Certamente. Mi sono informata e ho avviato la pratica, scrivendo al ministero della Difesa».  «Non ci siamo mai conosciuti». Giovanni Bernacchi era di stanza in Grecia quando i tedeschi lo hanno catturato. «Faceva parte del Genio autieri - racconta la donna - io sono nata pochi mesi prima che lo prendessero. Non mi ha mai visto, né io ho visto lui». Dopo l'8 settembre del 1943, dopo che il maresciallo Badoglio ha annunciato l'armistizio con gli Alleati lasciando alla deriva l'esercito italiano, i tedeschi trucidano interi reparti dell'alleato "traditore" nel Mediterraneo e arrestano numerosi soldati. Spedendoli quasi tutti nei campi di lavoro in Germania. Giovanni finisce a Torun, nella Polonia occupata, assieme a migliaia di italiani, costretti a "servire" gli odiati nazisti con turni massacranti e scarsissimo cibo e acqua. Purtroppo, dopo appena un mese, Giovanni muore e viene sepolto, probabilmente in una fossa comune del campo.  «Dopo la guerra avevano adibito quel terreno alla coltivazione del grano - dice Maria Bernacchi - questo è quanto ci disse il cappellano militare di Torun, quando venne a casa a raccontarci cos'era successo. Evidentemente, però, la salma del babbo è stata riesumata e riseppellita in maniera degna a Bielany». Ma nessuno avverte i Bernacchi. A ostacolare l'afflusso di informazioni c'è anche il fatto che la Polonia è oltre la cortina di ferro, «e avere notizie fino all'altroieri era assolutamente impossibile».  Ora, però, finalmente la famiglia di Giovanni ha saputo. «Quando io e mia sorella abbiamo letto il giornale - spiega Maria - abbiamo provato un'emozione incredibile. Forse lei anche più di me... Adesso ci stiamo preparando per andare a trovarlo a Bielany: voglio vedere la sua tomba. Nel frattempo faremo tutte le pratiche per riportarlo qui. Nella "sua" Viareggio».

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di Redazione web