La manifestazione
Addio al "re dei cappellini"
Franco A. Calotti
◗
LUTTO. Gino Bregalanti Gino Bregalanti è morto a 91 anni: aveva fondato la Apis, gigante del ciclismo
2 MINUTI DI LETTURA
FORTE. «Se sono arrivato a passare i 90 anni lo devo solo a Forte dei Marmi». Una dichiarazione di amore sconfinato che Gino Bregalanti, ripeteva spesso agli amici che coltivava da sempre dalle parti di via Versilia, fin da quando oltre quarant'anni fa aveva deciso di stabilirvisi con la moglie, e affidando la sua azienda alle capaci mani del figlio Luciano. Bregalanti, scomparso l'altro ieri a Cremona a 91 anni, era il re dei cappellini pubblicitari del Giro d'Italia, che aveva lanciato fin dal 1957 sulla spinta di "Ginettaccio" Bartali, suo grande amico. A Vescovato, alle porte di Cremona era nata così la Apis, un'azienda diventata in breve tempo la più famosa al mondo a produrre i berrettini da ciclista. Sì quelli che milioni di bambini festanti sulle strade anelavano prima dalla variopinta carovana pubblicitaria e poi dai girini che in un lampo passavano via. Campioni come Bartali, Coppi, Anquetil, Baldini, Merckx, Motta, Adorni, Van Looy, Gimondi, Moser, B Hinault, Thevenet, De Vlaeminck, Battaglin, Saronni, Baronchelli, Maertens, Sercu, Zoetemelk e tantissimi altri hanno indossato i suoi cappellini e «molti di loro quando passavano dal Forte - ricorda Carlo Salvatori, vicino di casa e amico - non mancavano di passare a salutarlo con il rispetto dovuto ad un vero personaggio del mondo imprenditoriale e del ciclismo». «Bregalanti - ricorda Marco Torriani figlio dell'indimenticato Vincenzo, patron per decenni della corsa rosa - aveva capito per primo l'importanza di associare il messaggio pubblicitario ai cappellini e in seguito anche alle moto che seguivano i corridori da vicino e comparivano nelle prime riprese tv. Precorritore, in tempi in cui il merchandising pubblicitario da noi era cosa tutta da scoprire». «Si sentiva fortemarmino da sempre, ed era persona gioviale e simpatica - prosegue Carlo Salvatori. Lo vedevo spesso, perché mi veniva a trovare con la sua bici e scambiavamo due chiacchiere. Fino a dieci giorni fa era qui con noi, poi si è aggravato e il figlio ha preferito portarlo nella natia Cremona. Gino era un vero personaggio che animava di ricordi ogni chiacchierata. E di ricordi - conclude Salvatori - ne aveva tanti legati ai Giri d'Italia e ai Tour de France che aveva seguito e in virtù di quell'amore irrisolto per un ciclismo che certo sapeva più di olio di canfora che di tecnologie moderne, ma che guardava ancora oggi con l'occhio e il cuore del tifoso senza riserve».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
