Sicurezza
Settimo di nome, odiava il mare
Matteo Polloni
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La fotografia Complessità di Dario Puccinelli ha vinto la sezione fotografia Il racconto di Polloni che ha conquistato la sezione narrativa 2010
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Calma piatta, una tavola grigia e blu inespressiva. Aveva trent'anni suonati e da più di venti lo vedeva ogni giorno. Non gli faceva più né caldo né freddo, quel mare. Forse solo un po' di nausea, una piccola presa allo stomaco, di quelle che tolgono l'appetito. «Se avessi le palle me ne andrei» si disse, ma subito dopo lasciò stare, starnutì e imprecò contro l'umidità. Piuttosto che prendere il mare si sarebbe fatto impiccare. Perché avesse frequentato un istituto nautico non lo aveva mai capito; ormai ci viveva, su cavolate come quelle. Starnutì ancora e abbandonò il faro. Arrivò in fondo al molo, tolse la catena dalla ruota della bicicletta e iniziò a pedalare, forte, senza risparmiarsi, come piaceva a lui. Perché aveva solo tre hobby fissi, né uno più, né uno meno. Pedalare, perché sudare fa bene; lanciare freccette, perché non lo sapeva; internet, perché era pieno di cazzate inutili che gli mangiavano il tempo, almeno non doveva passarlo a pensare. Spinse sulle gambe e la bicicletta prese a divorare la pista lungo il mare. Aveva con sé uno zaino e lo teneva bello stretto alla schiena, come un figlio prematuro da riscaldare. Dentro c'era il pacco e poi una scatola di stagno, di quelle per i biscotti. Non era un granché la scatola, anzi, era massiccia, sgraziata, forse non era nemmeno di stagno, a giudicare dal peso consistente. Nel suo ventre metallico custodiva una Danimarca del Subbuteo anno 1986, composta da omìni traballanti, undici piccoli calciatori. Girovagare su internet lo faceva infiammare di passioni che sfiorivano dopo poche settimane. La penultima era stata il Subbuteo, e stava ancora pensando a come disfarsi di quella squadra. Intanto la teneva nello zaino. L'ultima passione invece era quella delle consegne, ed ecco perché il pacco accanto alla scatola di stagno. «Settimo. Ohi, Settimo!» Volevano lui. Frenò e si fece vicino alla spiaggia a fianco della pista ciclabile. Sulla rena stava un vecchio tozzo e graffiato dal sole. «Come va, Settimo?» la voce era roca, come la pelle del vecchio. Lo chiamavano Grugno; non aveva lineamenti sottili. «Bene, bene...» rispose poco convinto. «E questo tirocinio sul ponte d'una nave quando lo si fa, Settimo?» «Lascia stare, Grugno, non è aria». Settimo - odiava il suo nome - odiava anche Grugno. Il vecchio doveva solo inchiodare qualche asse e aspettare che gli ultimi bagnanti si stancassero della spiaggia. Tirava avanti così da tutta una vita, lui ci viveva, col mare. Settimo invece non lo poteva soffrire. E se anche il suo era stato uno dei classici traumi infantili, di quelli che tanto piaceva citare al popolo della psicologia spicciola, a lui nessuno s'era preso la briga di raccontarlo. Lo avevano lasciato da solo qualche anno prima, e come ricordo non gli era rimasto altro che l'assegno di un paio di assicurazioni sulla vita. Settimo ripartì. Era già distante e il vecchio alzò la mano, appena. Gli rimase solo la possibilità di pungerlo con un sorriso. «Come stanno gli altri sei fratelli, Settimo?» disse. Come unica risposta Settimo issò in aria il dito medio. Era figlio unico. Il nome gli era stato dato in memoria di un lontano parente mai conosciuto. Restava solo la luce di qualche lampione quando Settimo arrivò sul luogo della consegna. L'uomo a cui doveva lasciare il pacco si trovava dove gli avevano detto. Le altre consegne erano andate bene, se si eccettuava l'ultima svista. Il pacco della settimana precedente gli era arrivato col cartone esterno mezzo distrutto. Chiunque avrebbe potuto sbirciare dentro o infilare una mano e prendersi qualcosa. Settimo non aveva fatto nessuna delle due cose, lui doveva solo prendere un pacco e portarlo da una parte all'altra. Lo pagavano per quello, anche se dei soldi non aveva realmente bisogno. Lo faceva solo per passare il tempo. Quando l'uomo si fece vicino e lo salutò con un cenno del capo, Settimo colse uno scintillìo. Lui non s'era tenuto niente, prendeva il pacco e lo portava da una parte all'altra. Forse doveva dirglielo. Invece Settimo serrò la mano sulla cinghia dello zaino e lo fece roteare sulla faccia dell'uomo con la pistola. La scatola di stagno, che forse stagno non era, fece il suo lavoro e colpì duro, appena prima dello sparo. Poi Settimo fuggì. Pedalò dritto lungo il pontile lì vicino, senza voltarsi indietro. Lanciò lo zaino lontano, in acqua. Del pacco non voleva saper più niente. Quando infine si guardò alle spalle era ormai al termine di quel corridoio di legno, cemento e ferro sospeso sull'acqua. Prese il volo. Si ritrovò in mare. Chiuse gli occhi e sentì le forze abbandonarlo. Era come un morto, con la faccia al cielo scuro. C'era solo il rumore delle onde sulla riva lontana. L'acqua era una madre che lo teneva al buio, la corrente un padre che strattona e insegna. Respirò come non faceva più da tempo, sentendo l'aria che punge i polmoni. Un omìno traballante gli galleggiava accanto, ma a Settimo non importava più della Danimarca del 1986. Tutta la vita gli pareva sfiorita come ogni altra passione che aveva avuto. «Fanculo. Fanculo tutto» disse, «domani mi imbarco».
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