Il Tirreno

Versilia

«Dio sta dalla parte di chi subisce violenza»

Donatella Francesconi
<b>VITTIMA.</b> Rajmonda Zefi, 30 anni; la bara portata da fratelli e amici fuori dalla chiesa di San Paolino
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VITTIMA. Rajmonda Zefi, 30 anni; la bara portata da fratelli e amici fuori dalla chiesa di San Paolino

La comunità albanese si stringe, in San Paolino, intorno alla famiglia di Rajmonda Zefi

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 VIAREGGIO. «Gesù è morto con Rajmonda nella violenza che ha subito». Don Franco Raffaelli, dal pulpito di San Paolino, non nasconde che in quella cassa di legno chiaro, circondata da un mare di rose bianche, c'è un corpo martoriato dalla violenza più barbara. Di fronte alla quale, «dal punto di vista umano, non abbiamo parole». Ad ascoltarlo, in prima fila, c'è tutta la famiglia della giovane madre albanese uccisa dal marito nell'ultimo giorno del 2010. La madre, il padre, i tre fratelli. Stretti nella stessa panca, impietriti dal dolore. Albanesi nel cuore, italiani nella vita. Come fosse un'unica terra quella che da ieri accoglie la loro amata Rajomonda. Intorno a loro tanti giovani uomini. Una comunità, quella albanese, radicata in Versilia dove il lavoro è soprattutto quello dell'edilizia. E vicino ai volti attoniti dei figli dell'Aquila, le ragazze rumena amiche di Rajmonda. Che hanno portato le foto più belle della ragazza e se le stringono al petto, come a non volerla perdere.  Il brano del Vangelo scelto per la lettera racconta gli ultimi momenti di vita di Gesù crocifisso. Che grida "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?". Un brivido. Ed il pensiero va a Rajmonda, agli ultimi istanti di vita, alla violenza esplosa tra le mura domestiche che hanno visto crescere due bambini e spegnersi un amore. Al corpo abbandonato in un dirupo, seminudo. Alle speranze e ai sogni spezzati per sempre.  «Di fronte alla violenza - continua don Franco - siamo ancora più disarmati». Se Gesù, sulla croce, «si sente abbandonato, è l'esperienza che anche noi facciamo». Ed è «lo stesso grido dal cuore nel buio dell'ingiustizia, della sofferenza, della violenza». Grido di fronte al quale «sembra che tutto taccia».  Ma non è vero. Don Franco ha lo stesso volto sofferente di chi ascolta, quando pronuncia la frase che taglia l'aria come un rasoio: «Ma il Signore non tace. Si schiera sempre dalla parte di chi subisce violenza».  Un monito. Per tutti. Anche per quelli, troppi, che mentre Rajmonda giaceva nel bosco, prima, e all'obitorio dopo - colpevole solo di aver sposato l'uomo sbagliato - non sono stati dalla sua parte. E, anzi, si sono adoperati nel tentativo, fallito, di infagarne il nome e la memoria. Anche attraverso un dibattito, indegno, sui blog cittadini.  Alla violenza subita risponde - ricorda don Franco - la parola del Vangelo «che conforta e condanna. Il Signore condanna la violenza - prosegue il religioso - anche questa sera. E questa condanna dobbiamo accogliere».  Sui gradini che portano all'altare stanno distesi corone e mazzi di fiori. Quelli degli amici, dei familiari di Rajmonda, dell'amministrazione comunale, della Casa delle donne. Un trionfo di bianco. Come l'abito da sposa che la giovane albanese ha indossato e portato fin su uno stesso altare, senza sapere a quale destino sarebbe andata incontro nel giro di otto anni appena di vita coniugale, nel Paese che l'aveva raccolta quando donna ancora non era.  Sono le facce e le mani giovani dei fratelli e dei loro amici più stretti, quelle che sollevano la bara e la portano a spalla fuori da una chiesa in cui pochi italiani si sono fatti vedere. Bomber neri e giubbotti di pelle, i pugni stretti nelle tasche, qualche sigaretta che si accende per evitare che il pianto prenda il sopravvento.  Claudio, uno dei tre fratelli di Rajmonda, stringe le mani e conforta chi ha portato l'ultimo saluto alla sorella. Lui che più di noi tutti avrebbe bisogno. «Grazie - ripete - grazie di tutto».  Il corteo funebre lascia via Mazzini, diretto a piedi verso il cimitero. Sfila sotto gli occhi di tutta la città quella ragazza che a Viareggio lascia due figli, di tre e otto anni. Una loro amichetta ha consegnato al parroco una lettera per ricordare Rajmonda. Poche frasi, e una promessa: non smettere di pregare per la madre strappata ai suoi bambini. «Preghiamo - sono le ultime parole che don Franco consegna a chi affolla la chiesa - affinché i nostri bambini crescano con l'animo contrario alla violenza». Quella violenza che è il «modo sbagliato» con il quale gli uomini «intervengono nella vita».  

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