Proteste
«Ecco chi mandò lassù Joubert»
Luca Cinotti
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TRAGEDIA. Il cantiere dove trovò la morte Joubert Thomson (nella foto a destra) Morte sul lavoro. Un imputato: fu il direttore di macchina a fargli stendere i teli
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VIAREGGIO. «È colpa mia, è colpa mia... sono io ad avergli detto di fare quel lavoro». La frase, in inglese, fu pronunciata dall'ufficiale di macchina del Romanza mentre ancora il corpo del marinaio Joubert Thomson giaceva per terra accanto allo scafo del motoryacht Azimut. Era il febbraio 2007 e Joubert sarebbe morto pochi giorni più tardi, senza mai riprendere conoscenza. L'episodio è stato riferito da Bartolomeo Giangrasso, ex dipendente Azimut, uno degli imputati nel processo per omicidio colposo insieme a James Verity, comandante del Romanza e a Attilio Fornile e Mohammed Sai, della ditta che installò il ponteggio attorno allo scafo. Durante il suo esame Giangrasso (tutelato dagli avvocati Enrico Marzaduri e Riccardo Carloni) ha raccontanto di come, la mattina dell'incidente al marinaio sudafricano, si recò sul piazzale di Polo Nautico. «Lì trovai l'ufficiale di macchina, che conosco con il nome di Duncan, che era disperato perché diceva di aver commissionato lui a Joubert quel lavoro». La mansione in questione era, a quanto emerso dall'inchiesta e dal processo, di stendere teli di naylon per proteggere i ponti da eventuali residui di verniciatura o della molatura dei verricelli di prua. Una manovra durante la quale qualcosa sarebbe andata storto, con il risultato di far perdere l'equilibrio al 23enne marinaio e di proiettarlo fuori bordo. Le parole di Giangrasso confermano quelle di altri testimoni già ascoltati nel processo. Ma - soprattutto - fanno segnare un (altro) punto a favore del capitano Verity: secondo l'ex dipendente di Azimut, infatti, in quel periodo Verity non era a Viareggio, tant'è vero che proprio l'ufficiale di macchina era il riferimento di Azimut, che stava operando sulla barca per lavori in garanzia. D'altra parte proprio il comandante Verity, durante le dichiarazioni spontanee alla prima udienza del processo, aveva dichiarato di non essere in Italia in quel periodo, come poteva "testimoniare" anche il suo passaporto. Durante il suo esame, Giangrasso ha ricostruito l'organigramma di Azimut ed è stato incalzato dal pubblico ministero sul suo effettivo ruolo durante il cantiere. L'uomo ha spiegato che la sua mansione era di coordinare le varie aziende che dovevano intervenire nella lavorazione (in totale erano 13). Il Pm, però, ha contestato che lui figurava anche come direttore tecnico e che, in questa veste, era responsabile della sicurezza. Certo è che, udienza dopo udienza, questo processo pone una serie di interrogativi sempre crescente. In parte sullo svolgimento dell'inchiesta, visto che durante dalle testimonianze sono emersi personaggi e particolari finora "sconosciuti", a partire dal responsabile che in Azimut si occupava espressamente dei ponteggi (figura diversa da Giangrasso) e dallo stesso ufficiale di macchina, che non figura nella lista testi di alcuna delle parti in causa. Ma gli interrogativi riguardano, più in generale, tutto il modo di lavoro della nautica. Uno degli altri imputati, Mohammed Sai, dipendente della ditta di ponteggi Euroservizi 2001, ha raccontato che gli sarebbero stati fatti firmare i documenti della struttura solo il giorno della morte di Joubert o quello precedente. E ha aggiunto però che, da quel tragico febbraio, tutti i documenti dei ponteggi sono rigorosamente pronti e in ordine prima di montare le impalcature. Un risultato che è costata la vita di un ragazzo.
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