Proteste
La difesa punta sulla seminfermità
Matteo Tuccini
Fino ai 12 anni Quinci è stato in cura a Pisa per problemi psichici
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MASSAROSA. La difesa di Francesco Quinci, 36 anni, il marmista accusato di aver ucciso la moglie Rajmonda Zefi, 30, e averne occultato il cadavere, potrebbe puntare sulla seminfermità mentale. Ad affermarlo è uno dei suoi due legali, Carlo Alberto Antongiovanni, l'uomo che assieme a Giorgio Nicoletti sta gestendo la delicata fase successiva alla scoperta del corpo di Rajmonda nei boschi dello Stazzemese, avvenuta sabato mattina. «Fino all'età di 12 anni Quinci è stato in cura per problemi psichici al reparto di neuropsichiatria infantile del S. Chiara di Pisa - spiega Antongiovanni - mi risulta che poi fosse guarito. So che faceva uso del Lexotan, ma ricordiamoci che si tratta di un farmaco che viene usato abitualmente anche solo per dormire». Al momento non è chiaro se Quinci si sia mai sottoposto a delle visite specialistiche: stamani, nel corso dell'udienza di convalida del fermo di fronte al giudice del tribunale di Lucca Marcella Spada Ricci, i legali parleranno con lui per capire meglio questo aspetto. Il nodo - l'ennesimo di questo giallo - è se l'uomo abbia continuato ad avere problemi anche dopo la conclusione della cura a Pisa. E se - nel caso - si sia sottoposto a visite mediche particolari. È chiaro, comunque, che la linea difensiva potrà svilupparsi solo dopo il risultato dell'autopsia, che avverrà oggi alle 14 all'obitorio dell'ospedale Versilia. «Io non l'ho uccisa». Quinci ha trascorso le ultime due notti nel carcere di S. Giorgio a Lucca. La sua versione resta quella fornita agli inquirenti nella notte tra venerdì e sabato. L'uomo - che ha ammesso di aver trasportato e gettato in un dirupo il cadavere di Rajmonda - continua a negare di averla uccisa lui. Conferma la lite avvenuta la mattina del 31 dicembre, anche se la definisce un normale alterco, durante il quale qualcosa è andato storto. «È caduta dalle scale - ha detto - Quando mi sono accorto che era morta mi sono sentito male». Poi ha ricostruito il percorso che l'ha portato da Stiava fino al Colle degli Scopeti. «Famiglia distrutta». La tragedia si è scagliata come un macigno su tutta la Versilia, colpendo gli affetti delle persone coinvolte e la miriade di conoscenti. Antonio, come chiamano tutti Francesco (è il suo secondo nome) viene da una famiglia molto conosciuta a Viareggio. I Quinci hanno un laboratorio di marmo in città, il papà di Francesco è dirigente dello Juventus club e il figlio di 8 anni gioca nelle giovanili di questa società. Da giorni, ormai, tutti loro si trovano sprofondati in una specie di incubo. Ancora non riescono a capacitarsi di come sia potuta accadere una cosa del genere. Il ritratto che parenti e amici fanno di Francesco, come più volte affermato anche sulle colonne dei giornali, è quello di un ragazzo buono e lavoratore. Andava al laboratorio persino di domenica, si faceva in quattro ogni giorno. Tutti, a partire dalla sorella maggiore che per lui è sempre stata e resta un autentico punto di riferimento, si sentono smarriti, oltre che travolti dal dolore. E il pensiero non può che correre ogni secondo ai due figli di Rajmonda e Francesco, e all'enormità dell'ostacolo che la vita ha posto loro davanti. Nel frattempo, il bimbo di 8 anni è stato affidato ai nonni paterni, mentre la bimba di 3 sta con la nonna materna, in attesa del pronunciamento del Tribunale dei minori. Per quanto riguarda i rapporti tra le due famiglie, l'avvocato Antongiovanni smentisce che fossero difficili. «Certo, non uscivano insieme - dice - ma il modo con cui si relazionavano era corretto, se non cordiale. Anche per quanto riguarda la cura dei nipoti non avevano rivalse». ALTRO SERVIZIO A PAG. 11
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