Il dolore
Francesco, timido e innamorato
Luca Cinotti
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SOTTO TORCHIO. Francesco Quinci con i carabinieri durante uno dei sopralluoghi nella casa di Stiava Il ritratto di Quinci: gentile e dedito al lavoro. «Deve aver perso la testa»
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VIAREGGIO. «Francesco era molto innamorato, lei era la sua vita». A sentirlo dire oggi, queste parole hanno il sapore della beffa che si aggiunge alla tragedia. Eppure c'è chi conosce bene Francesco Quinci ed è disposto a sottoscrivere il ritratto di una persona tutto dedito al lavoro e alla famiglia. Un ragazzo buono, insomma, che si è fatto trascinare in un raptus repentino e inatteso. Eppure, nei ricordi di chi Francesco (o Antonio, come era conosciuto ovunque, a partire dalla famiglia) l'ha frequentato non è impossibile intravedere i semi di quelle tensioni che hanno portato a un'epilogo tragico di un'unione nata sotto un'altra stella. I due si conobbero in una festa in discoteca, presentati da comuni amici. «Per Francesco fu un colpo di fulmine», racconta un amico di famiglia. Presto si arrivò al matrimonio e alla nascita del primo figlio. Un mondo completamente rivoluzionato per questo giovanotto timido e gentile, cresciuto con i genitori al Varignano, insieme a un fratello e una sorella. E con il fratello Luca aveva seguito le orme del padre Stefano, nel laboratorio artigianale specializzato in arte funeraria, uno dei più vecchi di tutta la città. A differenza di Luca, promessa del calcio giovanile prima di un grave incidente, Francesco non ha mai dimostrato particolare interesse per il pallone. Al massimo qualche partita di calcetto fra amici, una volta uscito dal lavoro. L'unione fra i due ragazzi, l'albanese avvenente e intraprendente e il giovane artigiano riservato, pare non fosse vista di buon occhio dalla famiglia di lui. Anche se, poi, i nonni paterni hanno dimostrato un «affetto senza limiti» nei confronti dei nipotini. Forse i caratteri dei due erano destinati a entrare in conflitto, forse Francesco avrebbe voluto una vita diversa insieme alla sua Rajmonda. Fatto sta che, almeno nel corso degli ultimi tempi, difficilmente i due sono stati visti insieme: le loro vite ormai sembravano scorrere su binari paralleli. Una sola cosa non era cambiata: la gentilezza di Francesco, testimoniata dai vicini, dagli amici, dal barista che gli preparava il caffè. Gentile e sensibile: era stato lui in prima persona a occuparsi della lapide commissionata dal Comune per ricordare le vittime della strage del 29 giugno, collocata poi all'esterno del municipio. Un ragazzo che si era forse immerso in una relazione che non riusciva più a gestire, ma che non se la sentiva di rompere del tutto. Perché non erano solo loro due, non erano solo Rajmonda e Francesco: c'erano i due bambini, che l'uomo ha citato più volte anche durante i lunghissimi interrogatori ai quali è stato sottoposto dai carabinieri. «Alla fine ha perso la testa», sentenziano immancabilmente gli amici. Che si aggrappano, disperatamente, alla versione dell'incidente data da Francesco. Per lui, ora, comincia la prova più dura.
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