Sicurezza
Repubblicano, partigiano, per oltre un decennio fu protagonista della vita politica cittadina
È morto Riccardo Pagliarani
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Riccardo Pagliarani. A destra in giunta con Angelo Bonuccelli, Tonino Cima e Unberto PriscoDa assessore, anni '80, restaurò e riaprì al pubblico la Villa Borbone
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VIAREGGIO. E' morto ieri alle 9,30 del mattino Riccardo Pagliarani, 85 anni, cavallo di razza della politica cittadina tra la fine degli anni Settanta e l'inizio di quelli Novanta (consigliere comunale, assessore). I funerali si celebrano oggi alle 15 alla chiesa di Bicchio. di Aronne Angelici IL Riccardo sbarcò in Versilia dalla sua Romagna negli anni Sessanta. Era di Sant'Arcangelo e ne andava fiero anche se qui a Viareggio, la sua Viareggio, era veramente a suo agio e non mancava mai di ribadirlo. Magari proprio dicendo, con naturale foga, «noi viareggini» con quell'intercalare tipico dell'altro mare. Magari tuonando, «noi viareggini», dai banchi del consiglio comunale dove era stato eletto nelle file del Partito Repubblicano, partito di cui lui a lungo era stato segretario. Diceva viareggino, diceva, «partigiano», ricordando - e andandone giustamente fiero- la sua militanza nella Resistenza. Riccardo Pagliarani, politicamente, è stato protagonista di una stagione un po' convulsa della politica cittadina, con un partito socialista forte (c'era Paolo Barsacchi, ma non solo) a far da ago della bilancia tra Dc e Pci e i partiti minori (nel senso ovviamente dei numeri) il Pri e il Pli che cercavano di inserirsi. E sotto un sindaco democristiano prima, l'intramontabile Tonino Cima, e sotto uno socialista poi, il rampante Angelo Bonuccelli, Pagliarani dimostrò doti di amministratore dotato di grande pragmatismo. C'è chi lo ricorda girare per gli uffici comunali con un biglietto in tasca a quadretti: in due paginette striminzite, tutti i conti (quelli che servivano) del Comune. Aveva un parola per tutti, ascoltava tutti, poi faceva come gli pare. Eh sì, perchè il Riccardo era un decisionista, non gli piacevano i tentennamenti, odiava le lungaggini burocratiche, le infinite mediazioni. L'appellativo (non certo originale, ammetto) di «bulldozer» glielo affibbiai dopo una litigata super giorni a Largo Risorgimento. Là dove campeggiavano i resti della vecchia fonderia artistica dei Lera. C'era un tira e molla tra Comune ed eredi sullo sgombero, di certo quel che restava del capannone doveva essere abbattuto. Beh, il Riccardo si presenta una mattina con operai e ruspe e ne ordina la demolizione prima che, ecco il punto, il laboratorio fosse sgombrato dagli ultimi calchi in gesso e stampi di opere d'arte. E qualcosa andò distrutto. Lo scrissi e lui si infuriò. Facemmo pace due giorni dopo al bar. Tempo dopo nel suo ufficio campeggiava una letterina scritta da un bimbo che lo ringraziava per avergli dato un bel parco. Di certo Pagliarani e la sua irruenza furono decisivi nel restauro e nella riapertura al pubblico di Villa Borbone e suo anche lo zampino anche in alcune prese di posizione per frenare l'invasione di abusivi sulle spiagge («ci chiamavano republikaner, con la famigerata kappa», ricorda l'amico Antonio Fantinato). La sua carriera politica (e non solo sua) fu segnata dall'inchiesta giudiziaria su presunte tangenti derivanti dal traffico dei rifiuti (erano gli anni di una Versilia senza discariche e quelle poche, come le Carbonaie di Viareggio, inquinanti). Carriere politiche stroncate (ed è nulla), qualcuno ha conosciuto anche le patrie galere e il pubblico ludibrio: qualche anno più tardi l'inchiesta dei rifiuti d'oro è finita nel nulla. Tutti prosciolti, ma non senza conseguenze per gli uomini coinvolti, per le loro famiglie. Anche per Pagliarani che uscì distrutto da quell'incubo giudiziario. Finita la vicenda Riccardo aveva trovato rifugio nella sua famiglia, la moglie Egiziana, Marco e Sonia. Nel 1999 un ictus lo aveva paralizzato, costringendolo a letto. Un calvario per lui, omone da cento chili, e per i familiari che lo hanno curato sempre con amore. Ieri il «bulldozer» si è fermato. Addio buon Riccardo.
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