Il dolore
Uno strumento di osservazione marina nato nel 1927 dal genio e dallesperienza di Alberto
Restaurata la Torretta del Gianni
Boris Giannaccini
Uno dei simboli dell'epopea dei palombari coraggiosi dell'Artiglio
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VIAREGGIO. La torretta fu ideata, costruita e collaudata dal leggendario palombaro viareggino Alberto Gianni. Gianni costruì questo strumento di osservazione sottomarina nella darsena viareggina nell'officina di Assuero Baroni. Era la primavera del 1927. Dai disegni del Gianni si evince che la torretta d'osservazione era semplicemente un tubo liscio d'acciaio, con una grande testa, tutto attorno alla quale erano disposti i finestrini: era molto simile ad una grande crisalide, o alla testa di una mostruosa tenia. Successive modifiche, portarono il "tubo liscio" ad avere le zone sferiche "Galeazzi" (più resistenti alla pressione esercitata sull'involucro), una base con oblò muniti di grosse lampade interne per l'illuminazione del fondale e, addirittura, una "sella" interna, con cui il palombaro poteva stare seduto. La testa e la base della torretta, negli ultimi esemplari, erano in bronzo. Dopo i collaudi nel Mediterraneo, la torretta trova pratica applicazione, in Atlantico, nell'estate del 1928, ad iniziare dalle prime discese per rintracciare il relitto del transatlantico Egypt, affondato nel 1922 per una collisione al largo di Brest. Il relitto si trovava a 130 metri di profondità. Perché la torretta? L'evoluzione degli scafandri per palombari era passata da quelli semirigidi (o di gomma), quelli - per intenderci - con la testa di rame avvitata sul fusto, le pesanti scarpe e cinture di piombo per muoversi sul fondo, in verticale. Questo tipo di scafandro veniva utilizzato per lavori a profondità ridotte e, se da un lato si poteva lavorare con le mani libere, dall'altro il palombaro aveva la necessità di "compensare" durante la risalita. Per profondità maggiori si usavano gli scafandri metallici (o rigidi), ideati e costruiti nel 1924 dalla tedesca Neufeldt & Kuhnke, che i palombari viareggini conobbero nel 1927 con il passaggio alla So.Ri.Ma.. I primi esemplari furono impiegati nell'estate del 1927, per il recupero del relitto della nave inglese Washington, affondata da un sommergibile tedesco il 3 maggio 1917 al largo di Portofino e giacente su un fondale di 86 metri. Purtroppo, questi scafandri avevano molte giunture flessibili soggette ad infiltrazioni, che Alberto Gianni modificò subito, riducendo il loro numero e, le poche rimaste, facendole scorrere su cuscinetti a sfere. A quelle profondità non si poteva pretendere di poter usare mani e gambe. Assurdo e sbagliato ripeteva il Gianni. Il palombaro dovrà essere soltanto l'occhio e il cervello della nave-recupero, che agirà dietro suoi ordini. Nacque così l'idea della torretta, che altri (come gli inglesi P.Sandberg e J.Swinburne) chiamarono occhio. Progettata e perfezionata dal Gianni, soppiantò, a poco a poco, e poi definitivamente, ogni altro tipo di scafandro per lavori a grande profondità. Per la paternità non vi sono dubbi. David Scott, il giornalista del The Times, unico ammesso a bordo dell'Artiglio e delle altre navi-recupero della So.Ri.Ma scrive: «La torretta del Gianni fu la prima e resterà l'unica nella tecnica dei recuperi». Un'altra testimonianza viene da Ulderigo Tegani, che nel suo "Viaggi nel mondo sommerso" (pubblicato nel 1931) dice: «quanto alla torretta d'esplorazione, essa fu ideata, costruita e collaudata dal palombaro italiano Alberto Gianni». Le imprese delle navi-recupero della So.Ri.Ma. e dei suoi insuperabili palombari, sono indissolubilmente legate a questo strumento, che permise, per oltre un quarto di secolo, di operare in sicurezza a profondità allora impensabili. Come funzionava? Calata da un bigo, era allacciata ad un cavo di sostegno. All'interno il palombaro respirava l'aria ottenuta da una piccola bombola d'aria compressa e da una di ossigeno, mentre l'anidride carbonica che il palombaro produceva era assorbita dalla potassa caustica contenuta in un "cestello". I contatti con gli uomini alle manovre sulla nave avvenivano tramite un telefono. La torretta, in assetto da lavoro, poteva rimanere in immersione per 3 ore. Al rientro, anche in risalita veloce, non c'era nessun pericolo d'embolia gassosa per il palombaro.
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