La manifestazione
La sua fine fa discutere Della vita e della morte
Donatella Francesconi
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VIAREGGIO. L'ultimo colloquio con i medici, poi il volo e lo schianto. Era arrivato all'ultimo ciak, Mario Monicelli. Come testimonia Pier Marco De Santi, direttore di "EuropaCinema": «Era deperito tantissimo e sapevo che gli restavano pochi momenti...». Gli ultimi, di una malattia che l'aveva fermato ma non vinto. Anche se ormai era sempre più insofferente per la condizione di dipendenza dagli altri, lui che dell'indipendenza mentale e materiale aveva fatto il proprio motto. Tanto da insistere nell'andare a fare la spesa da solo, già ultranovantenne. La scomparsa del grande regista fa discutere. Di vita, quella raccontata nei suoi film. E di morte. «Che tristezza notare che oggi, se uno non ha più voglia di vivere, è costretto a lanciarsi dal quinto piano...». È di Giuliano Tofani uno dei commenti che tocca l'argomento. «Piuttosto che consumarsi nella malattia - scrive Andrea Pieraccini - ha preferito raccogliere le ultime forze per salire al quinto piano dell'ospedale e da lì spiccare il suo ultimo volo. Perché, come diceva sempre, muoiono soltanto gli stronzi». Ed è ancora De Santi a far riaffiorare un ricordo: Monicelli giovane uomo che, nel 1946 proprio a Viareggio, trova il padre Tomaso, giornalista e scrittore, morto suicida nel bagno di casa. In un'intervista rilasciata nel 2007 è lo stesso regista a ricordare quel dramma spiegando di comprendere le ragioni di quel gesto: «Perché la vita non è sempre degna di essere vissuta. Se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena».
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