Il dolore
DICEMBRE/ ADDIO A MARIO MONICELLI
Il maestro che amava Viareggio
Fabrizio Brancoli
Il grande regista si è ucciso a 95 anni, gettandosi dalla finestra dell'ospedale dove era ricoverato. Le sue opere hanno segnato la storia del cinema
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C'era qualcosa di beffardo e profondo, in Mario Monicelli. Anche in quello che gli capitava. Come quella mattina del gennaio 2008, nella sua Viareggio. Nella sala dell'Eden imbastirono una premiazione in suo onore, lo trattennero davanti a un pubblico di bambini e, al momento di dargli la parola, cominciarono a far sfollare gli alunni... per esigenze di scuolabus. Ci fece una mezza risata, non si offese. Poi cominciò a parlare e tutti, d'incanto, si fermarono. Molti scuolabus spensero il motore e gli autisti fecero gli straordinari: aspettiamo che finisca Monicelli.
Sono un vecchio rincoglionito, amava ripetere quando tornava "a casa", ma era un vezzo. In realtà sapeva sempre discernere. Snobbava le liturgie delle cerimonie ma sapeva fare eccezioni; e quel giorno il premio Tobino, con quel nome, lo meritava. «Uno degli insegnamenti di Tobino - spiegò al microfono il papà dei Soliti Ignoti - è che la follia fa terrore ma fa anche ridere. Nei miei film ci sono personaggi folli, pericolosi e anche ridicoli. Anche questo mi fa sentire Tobino così vicino. È lui a farmi parlare con voi oggi». Monicelli. Viareggio. Tobino. Un rapporto di affinità elettiva, ma anche una relazione fisica, concreta, fatta di pacche sulle spalle, scherzi e passeggiate, tanto tempo fa, a due passi da quello stesso teatro del lungomare dove lo premiavano davanti ai ragazzi in partenza con gli scuolabus. «Mario Tobino l'ho conosciuto in modo naturale: negli anni Trenta, tra il Molo e piazza Mazzini. Stavamo a gruppi in Passeggiata, i ragazzi divisi dalle ragazze, a scambiarci occhiate, a sperare che fossero ricambiate. Eravamo due di quei ragazzi. Si chiacchierava, si "motteggiava", facevamo cose semplici. Viareggio, anche culturalmente, era tutt'altro che sconosciuta.
Era già la città degli Jenco, dei Pea, era la prima località balneare d'Italia, l'avvento di Rimini chiassosa e fagocitante era ancora lontano». Lì, in quella Viareggio lieve come la vita, intensa come la vita, un futuro punto di riferimento assoluto del cinema italiano lega la sua formazione si interseca con figure come Lorenzo Viani e Moses Levy; nasce l'amicizia con Tobino, sale quella che Monicelli chiama "temperatura culturale", e che lo conduce verso il cinema. «Mi immettevo in un mondo giovane e creativo, nato da pochi decenni. Il mondo delle immagini in movimento. Un linguaggio nuovo. Il cinema».
C'era buio, nel teatro che sembrava svuotarsi e che improvvisamente aveva cambiato idea, e avrebbe voluto restare ad ascoltarlo in silenzio per ore. E in poche frasi Monicelli raccontava che cos'è il cinema. «Fare un film è come navigare. Hai una ciurma di decine di persone e devi guidarla. Ma si impara solo militando. Personaggi, storie e conoscenze li ho tratti, sì, dall'esperienza, ma soprattutto dai romanzi». Monicelli tra il Molo e piazza Mazzini, con la salsedine nell'aria e quell'orizzonte che sa aprirsi a Viareggio, un orizzonte divaricato verso il mare eppure protetto alle spalle dalle montagne, forti e sicure.
Sono un vecchio rincoglionito, amava ripetere quando tornava "a casa", ma era un vezzo. In realtà sapeva sempre discernere. Snobbava le liturgie delle cerimonie ma sapeva fare eccezioni; e quel giorno il premio Tobino, con quel nome, lo meritava. «Uno degli insegnamenti di Tobino - spiegò al microfono il papà dei Soliti Ignoti - è che la follia fa terrore ma fa anche ridere. Nei miei film ci sono personaggi folli, pericolosi e anche ridicoli. Anche questo mi fa sentire Tobino così vicino. È lui a farmi parlare con voi oggi». Monicelli. Viareggio. Tobino. Un rapporto di affinità elettiva, ma anche una relazione fisica, concreta, fatta di pacche sulle spalle, scherzi e passeggiate, tanto tempo fa, a due passi da quello stesso teatro del lungomare dove lo premiavano davanti ai ragazzi in partenza con gli scuolabus. «Mario Tobino l'ho conosciuto in modo naturale: negli anni Trenta, tra il Molo e piazza Mazzini. Stavamo a gruppi in Passeggiata, i ragazzi divisi dalle ragazze, a scambiarci occhiate, a sperare che fossero ricambiate. Eravamo due di quei ragazzi. Si chiacchierava, si "motteggiava", facevamo cose semplici. Viareggio, anche culturalmente, era tutt'altro che sconosciuta.
Era già la città degli Jenco, dei Pea, era la prima località balneare d'Italia, l'avvento di Rimini chiassosa e fagocitante era ancora lontano». Lì, in quella Viareggio lieve come la vita, intensa come la vita, un futuro punto di riferimento assoluto del cinema italiano lega la sua formazione si interseca con figure come Lorenzo Viani e Moses Levy; nasce l'amicizia con Tobino, sale quella che Monicelli chiama "temperatura culturale", e che lo conduce verso il cinema. «Mi immettevo in un mondo giovane e creativo, nato da pochi decenni. Il mondo delle immagini in movimento. Un linguaggio nuovo. Il cinema».
C'era buio, nel teatro che sembrava svuotarsi e che improvvisamente aveva cambiato idea, e avrebbe voluto restare ad ascoltarlo in silenzio per ore. E in poche frasi Monicelli raccontava che cos'è il cinema. «Fare un film è come navigare. Hai una ciurma di decine di persone e devi guidarla. Ma si impara solo militando. Personaggi, storie e conoscenze li ho tratti, sì, dall'esperienza, ma soprattutto dai romanzi». Monicelli tra il Molo e piazza Mazzini, con la salsedine nell'aria e quell'orizzonte che sa aprirsi a Viareggio, un orizzonte divaricato verso il mare eppure protetto alle spalle dalle montagne, forti e sicure.
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