Attenzione
Satira, un'occasione sprecata
Simone Pierotti
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Alcuni dei carri viareggini dedicati alla satira politica nel corso dei vari Carnevali Il nuovo scandalo sessuale non sembra scuotere i nostri carristi
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VIAREGGIO. Che fine ha fatto la satira politica al Carnevale? Quella graffiante che faceva circolare il nome di Viareggio su quotidiani nazionali e nelle tv? La domanda sorge spontanea alla luce dell'ultima vicenda che coinvolge Silvio Berlusconi ed alcune giovani procaci in cerca di notorietà. Scoppia il caso del «bunga bunga», nome con cui viene designato il dopocena di certi festini nella villa di Arcore, ed ecco che La Repubblica rispolvera una foto familiare ai viareggini. A corredo di un articolo di Filippo Ceccarelli ecco La Repubblica delle banane, carro di Simone Politi e Federica Lucchesi che vinse nel 2002. Quasi dieci anni dopo, dando uno sguardo ai bozzetti emerge la massiccia presenza di denuncia sociale (i disastri ambientali, l'emergenza idrica e persino la bioetica) e, al tempo stesso, l'assenza di satira politica di stretta attualità: niente Fini, niente Bersani, niente Vendola. Ed anche Berlusconi è ai minimi storici. Niente bunga-bunga. Perché? «Credo che qualche giorno fa, in tv, la Littizzetto abbia centrato il punto - racconta Umberto Cinquini - oggi non c'è più informazione culturale, ma di spettacolo: nello stesso tg si parla tanto di episodi di cronaca quanto di Grande Fratello e reality show. Ogni giorno si cerca lo scoop sensazionale e, spesso, si tratta di temi leggeri. Merita allora cercare un'alternativa». C'è, però, un problema: chi percorre altre vie rischia di utilizzare una simbologia vetusta, superata. «L'ho provato sulla mia stessa pelle - conclude Cinquini - dodici anni fa feci una denuncia sul sensazionalismo dei media ideando il classico mascherone del mostro. E arrivai ultimo, pur vincendo premi speciali per l'argomento scelto. Seguì un momento di riflessione e di crescita artistica: il carro di quest'anno non sarà un telemostro qualsiasi, ma qualcosa di più elaborato». Attenzione, poi, a non cadere nell'errore di accostare i carri di Viareggio alle vignette. «La nostra iconografia non può essere la stessa che usa Vauro - spiega Gilbert Lebigre - per progettare e far sfilare un carro ci vogliono mesi. E poi che facciamo, un'altra caricatura di Berlusconi?». Che, comunque, compare nel suo carro sul Kama Sutra, a fianco di Sarkozy: «L'ho posizionato sulla parte anteriore, ma ha un ruolo marginale, non volevo scadere nel banale. Sulle scelte dei miei colleghi non voglio intervenire: per quanto mi riguarda, il Carnevale deve essere un rovesciamento dei ruoli tradizionali e, dunque, satira. Va però detto che la politica, oggi, si dileggia da sola. Ed è giusto che ogni carrista concepisca il Carnevale a modo suo, non necessariamente come denuncia del potere ma anche come momento di gioia». Mancano personaggi e temi che hanno riempito le cronache degli ultimi mesi? C'è chi non ne fa un problema, come Fabrizio Galli: nipote e figlio d'arte, ha quasi sempre puntato sulla denuncia sociale. E quest'anno porta sui viali a mare la bioetica: «La presenza della satira politica non è così fondamentale. Anzi, è più apprezzabile - dice - chi prova a far emergere temi meno dibattuti: mi pare che nessuno abbia mai parlato di embrioni prima di me». Forse, i carristi sembrano essersi fatti portavoce dei malumori del popolo italiano: «La gente si è stufata della casa di Fini, delle escort. Parliamo di problematiche vere, non di frivolezze». «Il Carnevale è figlio del suo tempo - esordisce Alessandro Avanzini - mi pare in perfetta sintonia con questa società postideologica: il corpo sociale partecipa sempre meno attivamente alla politica, diversamente dagli anni Sessanta e Settanta. La caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli sono stati devastanti, hanno cambiato profondamente la coscienza politica. E certamente il clima intimidatorio non aiuta: se denunci il potere, rischi». Anche i carristi hanno comunque le loro colpe: «Non è facile, ma bisogna reinventarsi i simboli del potere, altrimenti si rimane fermi alla satira di fine Ottocento. Il problema è che molti carristi, oggi, non si documentano sui soggetti che vogliono sviluppare attraverso le loro costruzioni. E poi noi ormai siamo vecchi, io ho cinquant'anni: la vera rivoluzione dovrebbero farla i giovani».
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