Il Tirreno

Versilia

Diagnosi sbagliata, l'odissea di una donna curata con psicofarmaci

Marco Pomella
L’ingresso del pronto soccorso del Versilia
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L’ingresso del pronto soccorso del Versilia

Una intossicazione scambiata per crisi di panico «Un mese tra dolori e incapacità di muovermi»

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 LIDO. Ha passato 20 giorni di inferno. Con spasmi muscolari incontrollabili, avanti e indietro tra una brandina all'ospedale e il letto di casa. Incapace di camminare, esprimersi e articolare anche uno solo dei suoi muscoli. Alla fine si scoprirà essere solo un'intossicazione. Ma al Versilia le era stato diagnosticata una crisi di panico e le era stata prescritta una cura a base di psicofarmaci.  Protagonista dell'odissea una una donna di 34 anni: un brillante lavoro, un marito e due splendidi figli.  Una donna che, per comodità e per preservare la privacy della sua famiglia, chiameremo Marta. Il suo calvario inizia venerdì 17 settembre. La sera viene colta da nausea e trascorre la notte in bagno a vomitare. Al mattino decide di farsi fare una iniezione di Plasil, un normale farmaco da banco che combatte la nausea. «Pensavo ad un virus», dice Marta. Ma i sintomi non passano. Il suo medico curante le prescrive un altro farmaco da banco, il Levopren. Le condizioni fisiche della donna precipitano. Marta si accorge di non riuscire ad avere il controllo dei suoi muscoli. Le scivola un bicchiere di mano, non riesce neanche a controllare i muscoli della bocca per parlare e rispondere al telefono. Alla fine, premendo un tasto, a caso, del palmare, riesce a parlare con la madre, che dà l'allarme al 118.  Marta viene così portata in pronto soccorso. Gli infermieri dell'ambulanza ipotizzano si tratti di un caso di crisi di panico. Ma la madre di Marta continua anche a puntare l'attenzione sui farmaci che sua figlia aveva appena assunto. Anche in ospedale però sembrano orientati per la prima ipotesi, visto che le somministrano una fiala di En, un potente psicofarmaco calmante. Poi Marta viene dimessa.  Ma i problemi non passano. Marta ha difficoltà a parlare, a lavarsi, anche a camminare. La domenica i famigliari la riportano in ospedale per farla ricoverare. «Sono rimasta per due giorni abbandonata a me stessa su una brandina. Nessuno - racconta la ragazza - mi ha chiesto, se avessi bisogno. Io ero come spastica, non riuscivo neanche ad andare in bagno da sola». L'unica assistenza l'ha ricevuta dalla madre e dal marito, che per gran parte del tempo le sono rimasti accanto. «Mi nascondevo la faccia nella felpa per piangere. Avevo paura, perché non capivo cosa mi stesse capitando e nessuno sembrava curarsi di me. Ho sentito la mia dignità calpestata». Ma l'odissea non è finita. Marta riesce finalmente a farsi visitare, da un medico che però, di nuovo, le consiglia psicofarmaci. «Prima di prescrivermeli - racconta Marta - mi hanno fatto domande sul mio matrimonio, sul rapporto con mio marito e con i figli. Un'umiliazione. Io, e soprattutto mia madre, visto che avevo difficoltà ad esprimermi, cercava di far notare che tutto era capitato in contemporanea all'assunzione di quei due farmaci da banco».  Passano quattro giorni e la situazione non migliora. Il marito di Marta minaccia di far trasferire in un altro ospedale sua moglie. A quel punto un altro medico visita Marta e, dopo aver guardato le analisi del sangue, decreta: «Si tratta di intossicazione per mix da farmaci». Marta viene così dimessa. Passerà però altri 20 giorni a letto, a casa. Con gli spasmi muscolari che, a tratti, si ripresentano. Qualche giorno fa, finalmente riprende il suo lavoro e la normale vita. «Ma se mi fossi fidata dei primi medici - dice - avrei assunto una cura di psicofarmaci».

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di Redazione web