Il Tirreno

Versilia

«L'indifferenza è calata su quelle morti»

I familiari di Jan e Luca
Luca Ceragioli
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Luca Ceragioli

Omicidio alla Gifas. I familiari di Luca e Jan e l'oblio sulla tragedia della follia

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MASSAROSA. Venerdì 23 luglio: Paolo Iacconi, 51 anni, ex dipendente della Gifas, entra nella sua ex azienda di materiale elettrici, sale nell'ufficio del direttore Luca Ceragioli, 48 anni, e qui trova anche il vice Jan Frederik Hilmer di 33 anni.  Paolo Iacconi estrae la pistola e li uccide con freddezza con quattro colpi ciascuno. Poi si chiude in una stanza e si uccide. Paolo Iacconi, si scopre poi, è malato mentale, è in cura, ma ha il porto d'armi.  E per compiere il blitz omicida è arrivato in auto da Pordenone. A tre mesi da quel maledetto 23 luglio 2010, le famiglie di Luca Ceragioli e Jan Frederik Hilmer, certi di interpretare anche il sentimento di amici, colleghi e collaboratori scelgono di ricordare.  Un ricordo carico di affetto, ma anche di rabbia, per chi, in un caldo pomeriggio estivo, si trovava a svolgere onestamente il suo lavoro e ha trovato la morte nella mano di un folle assassino. Inaccettabile che un dirigente onesto, capace di trasformare un team di dipendenti in una famiglia, venga ucciso insieme a chi, a fianco a lui, stava avanzando con entusiasmo nel suo percorso professionale. Lavoro e amicizia dunque. Questi erano Luca e Jan. Icone di un'intelligenza rara, nei quali si fondevano curiosità, spirito critico, voglia di conoscere e approfondire ogni cosa. Uomini, padri e colleghi, che hanno regalato non un insegnamento di lavoro, ma di vita.  Ed è proprio nel ricordo di Luca e Jan che la società deve rispondere perché non si può e non si deve dimenticare. Ciò che si deve combattere è l'indifferenza. Quella delle istituzioni, della legge, dei medici e dei sanitari, e delle famiglie che non seguono i proprio malati, quella che continua a produrre assassini all'interno della nostra società e contro la quale è un dovere lottare. Non si può lasciare a se stessa una mente malata. Dov'era chi doveva seguirla e assisterla? Dov'era chi doveva monitorare il suo stato di salute? Dov'era chi doveva impedirle la guida e la detenzione di armi?  La risposta sembra essere l'indifferenza comune. E se a vincere è l'indifferenza, allora è chiaro che gli assassini si moltiplicano e le responsabilità, sulle quali non si può tacere, aumentano. Non ci interessano per niente le inutili procedure burocratiche e questioni di privacy. Chi di dovere deve denunciare, seguire, assistere possibili individui pericolosi per la società perché quello che è successo alla Gifas smetta di diventare cronaca quotidiana.

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