Italia
Daniele e quella richiesta d'aiuto ignorata
Cla.Ve.
Lo zio accusa: «Nessuno lo ha portato in ospedale»
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VIAREGGIO. «Io, Daniele Franceschi, chiedo di poter essere visitato in un ospedale "esterno" dato che sento un forte dolore al cuore e alla spalla sinistra». Parole tragicamente profetiche, quelle scritte da Daniele in un corretto francese su un foglio di carta il 24 agosto scorso, un giorno prima di morire, nella sua cella numero 278 al secondo piano del carcere di Grasse. Parole affidate ad una guardia del penitenziario perché le consegnasse - come poi avvenuto - al medico della prigione. Ma che evidentemente sono state sottovalutate da chi, invece, poteva fare qualcosa per cercare di salvarlo. Parole scritte nero su bianco, quelle di Daniele. Ma suffragate poi anche da numeri. Quelli delle analisi del sangue eseguite sul giovane detenuto. Valori sballati degli enzimi che segnalavano la possibile presenza di un infarto in corso (0,17 anziché 0,6) ma che evidentemente sono stati ignorati da chi poteva farlo accompagnare in ospedale per un approfondimento e invece non lo ha fatto. Un episodio, questo, che adesso che l'autopsia sembra definitivamente aver escluso il pestaggio in carcere come causa della morte di Daniele, rinfocola le polemiche sull'atteggiamento tenuto in carcere dai responsabili del penitenziario francese. E che lascia intravedere una incuria da parte di chi poteva intervenire e non lo affatto. Un comportamento che manda su tutte le furie Marco Antignano, zio di Daniele. «Ci dicono i medici che con i valori delle analisi del sangue che aveva Daniele - tuona lo zio fuori dall'obitorio - in Italia si viene portati subito al pronto soccorso per esaminarti l'aorta. Invece, in Francia, mio nipote è stato tenuto nel carcere, in cella, senza nemmeno essere portato in infermeria. Poi è morto».
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