Italia
LA LETTERA
Caro Sert, con quel licenziamento hai cancellato uno splendido lavoro
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L'intervista alla dottoressa Emma Viviani e la posizione espressa dal Direttore del Sert di Viareggio, mi consente di offrire alla città alcuni elementi di riflessione che aiutino a chiarire il lavoro di Emma Viviani e della Associazione "Araba Fenice" al Sert: lavoro dal quale è stata di recente licenziata. Conosco la dottoressa Emma Viviani dal tempo dell'Università, dal 2004: lei come studente dei miei corsi specialistici di sociologia urbana e rurale e di Sociologia dell'Ambiente all'Università di Pisa. Mi chiese, mentre svolgevo un mio corso monografico sui 'barrios' di Caracas e di altre città della Cordigliera andina, se potevo partecipare ad un percorso di recupero, insieme con gli utenti del Sert di Viareggio, di un parco pubblico - assegnato dal quartiere alle cure dell'Araba Fenice - adiacente alla ferrovia Viareggio-Lucca. Fu una bellissima esperienza - umana prima di tutto - lavorare insieme alle persone del Sert: trovai un gruppo di persone motivate a pensare e a progettare insieme gli spazi del Parco. Sviluppammo progetti concreti: di organizzazione del Parco secondo bisogni che maturavano dalla storia individuale: sia quella fatta di memorie dolci e gradite, sia quella invece dura e drammatica del carcere. Fu un lavoro che si può definire di auto-progettazione, secondo l'indirizzo culturale che Emma Viviani stava conferendo alle attività del gruppo. Si discuteva non solo dei problemi individuali e del gruppo, ma anche del quartiere che spesso partecipava con i propri abitanti alla attività del Parco. L'obbiettivo era costruire il Parco come luogo di incontri aperto alla città. Una sfida intellettuale e sociale che Emma Viviani condusse con sapienza teorica e creatività di azione, di cui restano come testimonianza gli eventi e le attività sviluppate: lo stimolo continuo alla produzione di percorsi di cultura, come feste insieme al quartiere, il teatro con testi che ripercorrono la vita difficile degli utenti e il loro non semplice rapporto con le istituzioni, lo stimolo alla scrittura di poesie, la narrazione con un profilo autobiografico, gli splendidi plastici in legno per la costruzione dello "spazio degli incontri": tra gruppo, quartiere e città. Di questo lavoro resta una bellissima testimonianza nel libro di Emma Viviani pubblicato di recente nelle edizioni E.T.S. di Pisa: "Una tribù all'ombra delle foglie di coca". Ora tutto questo splendido lavoro è stato cancellato, rifiutato, con il licenziamento di Emma Viviani. Una violenza fatta non solo alla Viviani, ma a tutti coloro, utenti e cittadini, che hanno partecipato a questa esperienza. Personalmente sono indignato di tanta insipienza (= mancanza di sapienza) da parte di istituzioni che dovrebbero coltivare la partecipazione intellettuale e creativa dei loro migliori operatori. Se ce n'è uno bravo lo si licenzia. Al suo posto spuntano telecamere per un lavoro che da solo si identifica: come controllo, sicurezza ottenuta con metodi che richiamano al 'panottico', cioè al carcere. Cosa ne pensano i cittadini? Silvano D'Alto Docente di sociologia urbana Università di Pisa
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